APRUA: nessuno può cambiare la tua vita se non te stesso

Nata di recente, l’Associazione APRUA opera in Ticino e in Italia. Il nome è l’acronimo di Associazione Per una Responsabilità Umana in Azione. Tra i suoi scopi c’è l’organizzazione di seminari, incontri e percorsi che favoriscano nei partecipanti una maggior consapevolezza dell’interazione fra corpo, mente ed emozione  nell’assumere le proprie responsabilità e nel determinare le proprie azioni sviluppando nuovi modi di vivere .

« Al di là dell’acronimo, mi piace che il nome suggerisca l’idea di quel piccolo spazio poco protetto quel punto di presente proteso in avanti » dice Bruno Balestra, ex-procuratore pubblico e uno dei principali fondatori dell’Associazione. «Perché, anche se è vero che un’imbarcazione si guida da poppa o dal pozzetto centrale, nei momenti difficili, quando c’è nebbia o quando si è in mezzo a scogli o bassi fondali, è importante che ci sia qualcuno a prua per segnalare il pericolo ».

« L’idea di creare un’associazione che promuova la responsabilità ha, per me, sicuramente origine dall’esperienza professionale vissuta come magistrato, dal confronto con tante regole, realtà e culture e dalla successiva formazione in neurosemantica (disciplina che aiuta a comprendere il ruolo delle emozioni nella formazione dei significati che associamo a parole e situazioni). La collaborazione, fin dal suo inizio  con l’”Associazione sulle Regole”, (fondata in Italia da Gherardo Colombo, il magistrato milanese del pool di Mani Pulite) che tiene incontri  nelle scuole, nei Comuni, per associazioni e enti allo scopo di sensibilizzare giovani e meno giovani sul senso delle regole e sulla loro importanza, ha sicuramente rafforzato lo stimolo di sviluppare un approccio che possa essere integrativo e complementare nei contenuti e nei metodi ».

«  Proprio perché profondamente convinto della necessità di regole, credo sia necessario acquisirne nella pratica un significato diverso, non più quello di norme esterne più o meno immanenti create e imposte da altri, ma quello di modalità di relazione realmente condivise, costruite di volta in volta in un processo di relazione e comunicazione, perché la vita è relazione ».

«  Con alcuni amici di esperienze e formazioni diverse, abbiamo costituito la nostra associazione, focalizzata sul concetto di responsabilità, una responsabilità che cerchiamo di osservare da più prospettive cercando di aggiornarci sulle conoscenze e opere più recenti sul “funzionamento” dell’essere umano e di conseguenza dell’organizzazione del convivere. Arricchirci di altri punti di vista ci permette di scoprire nuovi significati. Ad esempio; si sente dire frequentemente che l’una o l’altra persona hanno perso la dignità, sono divenuti indegni, si tratta del refuso di vecchie abitudini mentali che non rispettano il  concetto di  “dignità dell’essere umano ”, così come è enunciata nel primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. In questa dichiarazione, che molti conoscono di fama, ma che pochi hanno letto, si fa riferimento ad una dignità innata, intrinseca all’essere umano che è pertanto inalienabile e  non può esser persa. Accettare fino in fondo questo concetto significa uscire dalle logiche del giudizio sul diverso, dell’omologazione e della competizione che sono difficili da abbandonare nella misura in cui mettono in discussione un sistema ».

« Rendersi conto di quanto noi siamo profondamente parte del sistema, come evidenziano le scoperte scientifiche degli ultimi decenni, ci conduce forzatamente a un ulteriore cambiamento di paradigma nel rileggere la storia della nostra vita e quella dell’umanità. Ci porta e cercare nuovi modi di vivere e convivere in una realtà assai più complessa e affascinante della semplice visione lineare e dualistica che ci ha abituati a dividere gli avvenimenti in giusti o sbagliati secondo una logica meccanicista di causa effetto. Il riconoscimento concreto della dignità dell’altro può allora diventare la via per permettere a ognuno di vivere e realizzarsi arricchendoci tutti. Occorre però uscire dall’abituale meccanismo di voler cambiare la realtà esterna e l’altro e privilegiare invece il cambiamento di se stessi per scoprire altre realtà riconoscendo quali sistemi di pensieri/ emozioni ci portano a dare determinati significati alle cose; occorre uscire dalla logica” io ho ragione tu torto” dove entrambi siamo vittime o temiamo di esserlo per cercare nel rispetto della diversità obiettivi veramente comuni ».

« La dignità come diritto di esser se stessi, unici responsabili di fronte alla propria vita, parte dall’abilità di saper determinare la qualità della propria vita e salute. Tante recenti tecniche (rilassamento, focalizzazione ecc) scoperte con le neuroscienze ricalcano nella sostanza pratiche antiche, sciamaniche, di meditazione e preghiera delle quali, relegandole in una separata dimensione “irrazionale” o”spirituale”, abbiamo perso il vero significato pratico ».

« Prendere atto della “realtà complessa”(come la chiama E.Morin), una realtà più circolare o multidimensionale che lineare, ci impone di organizzare in altro modo le conoscenze dell’umanità ora ben separate in comparti e sottosuddivisioni specialistiche. Per questo motivo  nella nostra associazione, ci sono persone di formazioni e esperienze diverse, dal mondo della sanità a quello della legge, dall’economia alla formazione, dalla filosofia all’esplorazione dell’inconscio, dall’arte alla comunicazione, persone che hanno in comune il desiderio di scambiarsi le esperienze e condividerne di nuove “contaminandosi” e arricchendosi reciprocamente nel percorso di ricerca verso modi più integrati di vivere e convivere ».

« Per questo cerchiamo altre persone che ci arricchiscano e aiutino unendo le loro storie alle nostre, non si tratta di teoria e tantomeno di utopia, ma di condividere seminari ed esperienze per ridefinire insieme la responsabilità verso il nostro benessere individuale che non può esser scisso da quello degli altri e dell’organizzazione sociale ».

« In questa fase iniziale stiamo proponendo, delle serate a tema aperte a tutti. Non si tratta di conferenze, ma piuttosto di momenti di confronto esplorando i concetti oltre le parole, cercandone emozioni e diverse modalità d’interazione.  Gli incontri vengono condotti di regola da team di membri di APRUA che, alternandosi e mescolandosi di volta in volta, cercano di  offrire il maggior ventaglio possibile di approcci ».

« In futuro, organizzeremo eventi di maggior richiamo per il pubblico invitando anche personalità esterne, ci rivolgiamo però anche a scuole, imprese, categorie, gruppi specifici, con corsi e lavori  per affrontare diversi aspetti della responsabilità individuale e sociale, aspetti che proponiamo anche in  percorsi più articolati e non solo in aula, ma anche a contatto con la natura,  offrendo escursioni, gite alpinistiche e uscite in mare a vela.  La bellezza del paesaggio, l’attività fisica favoriscono infatti il piacere offrendo altri stimoli per esplorare l’abilità di vivere bene insieme. Sicuramente altre modalità ci verranno suggerite dall’esperienza e anche dalle richieste stesse del pubblico ».

« Non siamo preoccupati perché  viviamo il nostro obiettivo non come una sfida, un dovere o una missione con aspettative di mete future, ma semplicemente come il piacere di un cammino ricco di curiosità e stimoli nuovi verso una responsabilità che non sia sinonimo di peso o di colpa da evitare. Una responsabilità come abilità leggera e appassionata di trovare insieme e condividere nuove risposte, nuove rotte guardando a prua ».

www.aprua.net

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Published in: on 26 febbraio 2013 at 10:03  Lascia un commento  
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Alla riscoperta del proprio sogno

“Si può prendere in considerazione questo: alla nascita, e forse anche prima, abbiamo un Sogno”… “Potremmo ipotizzare che nascendo abbiamo ben chiaro il Sogno, quello cioè che siamo nati per fare, la direzionne nostro percprso nella quale possiamo dispiegare i dettami della nostra Anima per dirla con E. Bach.”
Questa premessa sta alla base di “La ruota della Creatività”, secondo libro di Adriano Parmigiani, terapista e insegnante di Shiatsu oltre che studioso di floriterapia e della tradizione dei nativi americani. Il guaio è che gran parte di noi dimentica questo sogno e vaga nel mondo in preda a un inquietante senso di vacuità che tenta di colmare inventandosi scopi e missioni posticci, o lasciandosi imporre un “sogno” dall’esterno.

Perché avviene ciò?Chiediamo all’autore.
“Tutto comincia con il processo di socializzazione” ci risponde  “Un processo che è necessario perché altrimenti non potremmo vivere, ma che oscura una serie di cose,  anche con le migliori intenzioni da parte dei migliori genitori e dei migliori educatori”.

Si può ritrovare il proprio sogno?
“Certo, ma la riscoperta di questo compito originale significa mettere in moto un processo di memoria e per mettere in moto un processo di memoria è necessaria una certa quantità di energia. Tutto il mio libro è la descrizione di come i nativi attuavano questa forma di psicoterapia ante litteram, attuata dai saggi e dai vecchi della tribù per aiutare ciascuno a ritrovare quello che è il suo specifico cammino, indipendentemente da quelli che erano i bisogni della società, della tribù, della famiglia. Si tratta di un processo che non è molto conosciuto perché è poco divulgato”.

Chi legge il tuo libro può scoprire gli strumenti per ritrovare il proprio sogno anche senza saggi ad assisterlo?
“Sì” nel senso che una volta che sei entrato nel processo, che lo hai capito, puoi e devi andare avanti da solo. È come quando uno va in analisi: ci rimane per un certo numero di anni e poi capisce alcune cose e può anche permettersi di lasciare l’analista. Qui è più o meno la stessa cosa, nel senso che si parte da una concezione del mondo completamente diversa dalla nostra che viene sintetizzato come ruota di medicina. La ruota di medicina è il modo in cui i nativi delle pianure americane vedevano il mondo e se stessi nel mondo”.

Mi potresti fare un esempio?
“Ti posso citare uno dei racconti evocati nel libro, la storia del giovanotto Occhio di Falco che voleva sposare Raggio di Luna e che per dimostrare il proprio valore era intenzionato a rubare due cavalli della tribù vicina. A quel punto otto saggi della tribù lo facevano sedere in mezzo a loro e impersonavano  per lui ciascuno una direzione della Ruota di Medicina. Ogni direzione aveva un modo di porsi di fronte alla vita: il nord, per esempio, rappresenta la mente, il razionale, il Sud rappresenta invece l’acqua, l’istinto. Quindi c’era un confronto tra il fanciullo che voleva diventare uomo e gli uomini che gli facevano da specchi, rappresentando le varie direzioni, ossia tutte le parti della sua psiche. Lo scopo di questo processo non era di indebolirlo o di ostacolarlo, ma di mostrargli dove era la sua debolezza e aiutarlo a diventare forte per far sì che lui andasse a fare il suo atto d’amore, ma che lo facesse con una consapevolezza diversa e non trascinato da un impulso che gli poteva nuocere. I saggi parlavano molto di consapevolezza e con questo termine intendevano una consapevolezza interiore, non una motivazione esterna”.

Ma è un sistema applicabile anche alla nostra società, o a un progetto che potrebbe interessare la nostra società?
“Sicuramente a un progetto che potrebbe interessare il singolo. In fondo il concetto dei nativi non era un concetto che riguardasse una struttura sociale. Il focus era sull’individuo. La struttura familiare, tribale e sociale era assolutamente in funzione dell’individuo, ossia esattamente il contrario di quello che succede oggi alle nostre latitudini, in barba a quanto viene affermato nelle Costituzioni dei singoli stati.  Per tornre alla società occidentale moderna, la mia idea è che la cosa importante sia di creare in questa società delle oasi in cui si possano costruire delle relazioni diverse. Se poi queste oasi riescono a crescere a macchia di leopardo e a costruire una rete, questa è una bella utopia che potrebbe anche realizzarsi”.

Adriano Parmigiani,  La ruota della creatività, Un percorso per recuperare il Sogno, Edizioni Youcanprint. ISBN 978-88-67519-10-1.

Per contattare l’autore: lacasaheyoka@libero.it

La proieziofobia: un disturbo dovuto a cattiva informazione

Uscire dal corpo in modo cosciente è un’esperienza che cambia la vita

Chi non riesce ad avere esperienze fuori dal corpo è forse affetto da proieziofobia, un problema che impedisce alla persona, solitamente dotata di un buon parapsichismo, di constatare la propria capacità di manifestarsi in altre dimensioni indipendentemente dal cervello fisico.

Le proiezioni fuori dal corpo, dette anche viaggi astrali, un tempo erano riservate a pochi iniziati e a qualche persona cui succedeva spontaneamente di trovarsi proiettata oltre la forma fisica. In questi ultimi casi a volte il fenomeno veniva vissuto con terrore in quanto in assoluta contraddizione con il pensiero collettivo e la cultura dominante. Oggi, la IAC (International Academy of Consciousness) studia le esperienze fuori dal corpo, dette anche OBE (Out of Body Experience), e le considera assolutamente normali e auspicabili per tutti. Di pari passo con questo studio emerge un fenomeno piuttosto diffuso detto “proieziofobia”. Ne parliamo con Analaura Trivellato psicologa e studiosa della IAC.

Che cosa si intende per “proieziofobia”?

Proieziofobia è un termine che si riferisce alla paura di vivere un’esperienza fuori dal corpo (OBE) come anche al timore di percepire esseri non fisici o dimensioni sottili. In termini più tecnici si tratta della paura irrazionale della  multidimensionalità, che ostacola il progresso del parapsichismo e quindi la capacità della persona di proiettarsi consciamente fuori dal corpo fisico. La proieziofobia solitamente colpisce persone che possiedono un buon livello di parapsichismo naturale ma non possono nè spiegare, né comprendere, né controllare queste percezioni e finiscono col sentirle come inquietanti e con l’averne paura. In realtà si può imparare a controllare questi fenomeni spontanei e questo è il modo migliore per guarire dalla proieziofobia.

La proieziofobia si può considerare come una malattia?

Se ci riferiamo alla scienza, le fobie in generale appartengono alla categoria dei disturbi da ansia. Quindi nel caso delle fobie si preferisce la parola “disturbo” a quello di “malattia” in quanto più neutro e meno stigmatizzante.

Nel contesto di questo mio lavoro, la proieziofobia va tuttavia considerata come il risultato di un certo numero di fattori che concorrono a creare il disturbo e tra questi: il contesto culturale, l’educazione, le influenze del collettivo, le esperienze di vite passate (anche non ricordate). Tutti questi fattori, uniti a una mancanza di informazione imparziale o alla disinformazione, possono condurre alla proieziofobia anche se ovviamente non si può affermare che ciò si produca nel cento per cento dei casi in quanto vi sono persone più resistenti di altre e inoltre non vi è mai una chiara relazione causa-effetto.

Come si può guarire?

Guarire non mi sembra la parola più indicata, in quanto per vincere la proieziofobia, come tutte le altre fobie del resto, è necessario un processo graduale di lavoro passo per passo e non vi è una guarigione subitanea.

Il punto essenziale per vincere la proieziofobia è la comprensione della nostra natura non fisica, ossia del fatto che possiamo manifestarci indipendentemente dal cervello fisico. Quando questo fatto viene capito e sentito come una componente naturale della vita, superare la proieziofobia diventa più facile.

Un ottimo esempio è l’esperienza di premorte, detta anche NDE, durante la quale una persona viene considerata clinicamente morta ma in realtà si trova fuori dal corpo e in seguito racconta un’esperienza in cui solitamente attraversa un tunnel e incontra un essere di luce o parenti defunti.  Inoltre molti protagonisti di NDE vedono cose che, date le loro condizioni fisiche, non dovrebbero essere assolutamente in grado di vedere. Questi fenomeni dimostrano che la nostra esistenza non dipende dall’attività del certello fisico e che possiamo agire in altre dimensioni anche in assenza di attività cerebrale.

La cura convenzionale per i disturbi da ansia consiste sia in una delle tante forme di psicoterapia, sia nell’assunzione di farmaci. Nel caso della proieziofobia non consiglio il ricorso a cure farmacologiche che non vanno alla radice del problema; in quanto alle psicoterapie tradizionali, esse si scontrano con l’atteggiamento della la psicologia che non riconosce né la multidimensionalità, né la reincarnazione, né i differenti veicoli di manifestazione, ossia i corpi che usiamo nelle dimensioni non fisiche. La psicologia parte quindi da premesse sbagliate e pertanto non risulta efficace nella cura.

Le ricerche che ho effettuato mi hanno dimostrato che un’informazione diretta e non distorta è fondamentale per permettere una più ampia comprensione e un cambiamento dell’interpretazione dei fenomeni. Questo è ciò che tento di fare nella mia ricerca e nelle lezioni che tengo in varie parti del mondo. Il mio motto personale per quanto riguarda la proieziofobia è “comprendere per superare”.

Il secondo punto è quello di iniziare una forma di auto-trattamento nella quale la persona applicherà una sua tecnica specificamente scelta in base ai sintomi, alle cause scoperte, e all’intensità della proieziofobia di cui soffre. La pratica è insostituibile per raccogliere esperienze che aumenteranno la fiducia e permetteranno di superare la proieziofobia.

Tutte queste variabili vanno prese in considerazione per sviluppare diversi tipi di tecnica e questo è uno degli aspetti più importanti del mio lavoro in questo settore.

È importante liberarsi dalla proieziofobia?

È importante in quanto le OBE permettono di constatare che,se la nostra vita fisica è limitata nel tempo, la coscienza (essenza, individualità, anima, spirito) invece non lo è affatto. Noi non cessiamo di esistere quando moriamo. Questa certezza cambia totalmente la prospettiva che ciascuno di noi ha della propria vita e solitamente conduce a rivalutare le proprie priorità. Riconoscere, comprendere e superare la proieziofobia istilla quindi naturalmente la motivazione e la forza necessarie per affrontare le sfide quotidiane, sfide che richiedono un atteggiamento fermo e coraggioso. Si acquisisce maggiore sicurezza poiché si prende coscienza che la lfacoltà di cambiare il mondo esterno risiede dentro ciascuno di noi.

 

Nota: data la complessità dell’argomento sto raccogliendo dati che mi permettano di approfondire la comprensione del problema. I feedback o gli imput da parte dei lettori sono pertanto molto apprezzati e costituiscono un grande contributo a questo studio (milano@iacworld.org)

Analaura Trivellato è brasiliana. Laureata in lingue e psicologia ha iniziato a studiare le teorie relative alla multidimensionalità della coscienza nel 1991. Nel 1999 è diventata insegnante di Coscienziologia e nel 2005 si è trasferita in Gran Bretagna dove è entrata a far parte del team dell’Accademia internazionale di Coscienziologia (IAC) www.iacworld.org di Londra. Ha insegnato in diversi paesi e ultimamente è diventata coresponsabile della pubblicazione dell’IAC  “Journal of Coscientiology”.

Conoscersi per realizzarsi

Non vi è piena realizzazione di se stessi senza autoconoscenza. Adriana Simeoni, studiosa e scrittrice romana, offre ai lettori un libro in cui le teorie psicologiche e spirituali vanno di pari passo con gli esercizi pratici.

Il nuovo libro di Adriana Simeoni, studiosa romana che ha integrato gli studi di psicologia, specializzandosi in Comportamentismo, Piscosintesi e Logoterapia, porta un titolo che incuriosisce : “GLI INFINITI POTERI DELL’IO – Autorealizzazione e Autotrascendenza – Guida teorica e pratica“. In copertina, una riproduzione del quadro di G. Friedrich  “Il viandante sul mare di nebbia“ mostra una figura solitaria che, dall’alto di una roccia, contempla la pianura sottostante. Così, dice Adriana Simeoni, la coscienza, l’Io, deve arrivare a contemplare e a dominare le parti secondarie o periferiche della personalità.

L’autoconoscenza è indispensabile a chi voglia vivere pienamente, non a caso sul Tempio dell’Oracol a Delfi si leggeva questa scritta : “In te si trova occulto il tesoro degli Dei, Oh Uomo, conosci te stesso, e conoscerai l’universo e gli Dei”.

Adriana Simeoni si ispira come detto a Roberto Assagioli, fondatore della Psicosintesi e a Viktor Frankl, il cui metodo, la Logoterapia, (da non confondere con il lavoro sulla parola) si appella a un Logos, una parte superiore della psiche umana che si potrebbe paragonare a un maestro interiore che sa molto bene ciò di cui abbiamo bisogno e ciò di cui siamo capaci. Tutti noi possiamo perfezionarci a più livelli facendo appunto ricorso a questo Io, .

L’Io, o Coscienza, precisa l’Autrice, non è il Superio di Freud, che fa invece parte della personalità inferiore e contiene tutte le norme sociali e morali del “si fa” e del “non si fa”.  L’Io  superiore può a volte spingerci persino ad andare contro le convenzioni: non è  l’io quotidiano, bensì un io che, dice Assagioli, domina le parti più basse o periferiche della personalità che sono soltanto espressioni parziali di ciò che siamo.

Il lavoro di autoconoscenza non richiede né studio particolare né lunghi periodi di isolamento, scrive Adriana Simeoni, basta un impegno minimo ma regolare che strappi circa dieci minuti ogni giorno alla vita frenetica e rivolta al “fuori” cui quasi tutti ormai sono costretti.  Gli esercizi proposti cominciano con un rilassamento e prevedono poi vari tipi di lavoro, dalla visualizzazione all’affermazione, o alla meditazione che porta al contatto con la coscienza, l’Io, o il maestro che  ha il potere di trasmutare le energie personali portando a un cambiamento anche profondo del modo di essere e di comportarsi.

Gli infiniti poteri sono presenti in ciascuno, ma ciascuno è libero di intraprendere un percorso più o meno lungo e più o meno impegnativo. Si va dalla correzione dei difetti e debolezze alla piena realizzazione delle proprie potenzialità e, come detto nel titolo, si arriva  all’autotrascendenza. Quest’ultimo tratto del sentiero implica la trasmutazione delle energie secondo  i dettami dell’Alchimia spirituale che conduce l’uomo al contatto con lo spirito.

In quest’ultima parte del volume Adriana Simeoni si scosta dalla psicologia in senso stretto per invitare il lettore ad aprirsi alla dimensione del traspersonale, un percorso che richiede coraggio e volontà poiché dagli affetti quotidiani si passa all’amore universale, dall’intelligenza terrena alla saggezza e dal proprio progetto di vita individuale alla fusione con la volontà divina per giungere a intravedere l’eternità.

A queste mete che possono anche spaventare, il lettore viene condotto gradatamente e con mano gentile. Anche perché le tappe non si possono saltare e non vi è possibiltà di arrivare allo spirito se prima non si è fatto un certo ordine nella propria vita quotidiana e nei propri rapporti con il partner, con i familiari e con i colleghi di lavoro.

 

Adriana Simeoni, “Gli infiniti poteri dell’’Io”, Edizioni Terre Sommerse

Vivere la Kabalah

Le Sephirot, o "Luci" nel corpo unano

Parlare di Kabalah, uno degli aspetti più misteriosi del misticismo ebraico, può a prima vista sembrare complicato.  Il termine “cabalistico” evoca di per sé qualcosa di astruso e di difficilmente spiegabile in termini concreti.  Tuttavia la Kabalah può applicarsi a infiniti ambiti: dalle più elevate visioni del cosmo alle realtà più quotidiane e concrete, proprio perché nella realtà spirituale non vi è differenza tra “grande mondo” universale e “piccolo mondo” individuale. Ne parliamo con Adriana Simeoni, studiosa di psicologia, cultrice di esoterismo e autrice di un libro di recente pubblicazione dedicato appunto alla Kabalah.

La Kabalah è legata ai grandi miti della creazione, alla magia, all’Alchimia. Per quale motivo affascina anche chi, come te, si interessa di psicologia?
La psicologia è veramente una scienza affascinante che può toccare gli antri più profondi e le vette più alte dell’essere umano e del cosmo (microcosmo e macrocosmo). Naturalmente dicendo questo non mi limito allo studio psicologico riconosciuto dalla scienza ufficiale, ma lo estendo a quello che ognuno singolarmente può portare avanti riconoscendo e sviluppando le proprie possibilità intrinseche. L’ampliamento di coscienza che ne deriva ognuno lo avrà effettuato per conto proprio e questo studio è quello che viene chiamato “esoterico” (dal greco esoterikos = interno), riguarda lo sviluppo delle capacità dell’individuo di conoscere sempre più se stesso e il mondo che lo circonda. L’ampliamento di coscienza ci porta a vivere diversamente la nostra vita quotidiana, non più a sopportare e a reagire ciecamente alle avversità, ma a considerarle come gradino di risalita di una scala evolutiva e quindi ad agire in maniera positiva; il nostro comportamento non sarà più quello egoistico, ma riguarderà il bene nostro, degli altri e della natura. Tramite lo studio della Kabalah si acquisisce la consapevolezza che la Vita è immortale, la consapevolezza che è proprio l’essere umano a portarla avanti, e che, se si agisce per un bene collettivo, le azioni sono oggettivamente valide per la vita in sé, altrimenti si matura un karma negativo, che poi bisognerà azzerare.
In natura tutto si trasforma (Laviosier) e magia e alchimia sono discipline che possono regolare questa trasformazione che diversamente, pur avvenendo, si realizzerebbe in maniera inconscia e in tempi molto più lunghi. Il mago è colui che sa e vuole trasformare coscientemente le energie che sono in natura e può trasformarle sia per cose egoistiche (magia nera) e sia per il bene del mondo (magia bianca). L’alchimia ci indica come poter trasformare, purificare e anche sublimare le energie che sono in noi e nel mondo. Ci insegna praticamente a portare le energie da dense, istintuali ed egoistiche ad energie spirituali, cioè come trovare l’oro nei metalli (o essenza incorruttibile), l’oro nell’essere umano (o il Sé), L’Elisir di Lunga Vita nel cosmo (o Essenza Creatrice). Esempio colui che vuole e sa trasformare le energie della propria indignazione e sa adoperarle in maniera adeguata per combattere le ingiustizie, per essere più forte del male, per diffondere serenità o per migliorare il mondo, è un mago bianco; se invece le trasforma per raggiungere traguardi egoistici suoi personali o personali di altri, è mago nero. L’essere umano, divenuto cosciente delle proprie possibilità, collaborerà con la “Grande Opera”, come dicono gli alchimisti, cioè collaborerà con la Vita Una, lavorerà per l’economia generale dell’universo: armonizzerà gli opposti, smusserà la pietra angolare, diffonderà armonia, gioia e luce ovunque si trovi.

E’ esatto che certe verità espresse dalla Kabalah hanno trovato conferma nella fisica e nella biologia?
La Cosmogonia cabalistica presenta dei lati molto vicini alle più moderne teorie scientifiche. Il Big-Bang è stato descritto dai cabalisti centinaia di anni fa, quello che loro hanno chiamato “Tzim-Tzum”. La teoria che è detta dai cabalisti “frammentazione dei recipienti” fu chiamata dagli scienziati “particelle subatomiche”. La creazione ex nihilo (dal nulla) è ormai riconosciuta dalla fisica quantistica. La possibilità di trasformare la materia in luce è da sempre uno degli assiomi fondamentali della Kabalah, come pure sapere che il mondo è fatto di luce, teoria dei fotoni, cioè da particelle luminose da cui poi sarebbe emerso il cosmo. E, continuando, all’interno del Tabernacolo, costruito dagli israeliti nel deserto per ospitarvi l’Arca dell’Alleanza, cofano contenente le Tavole sulle quali era scritta la Torah, avveniva un miracolo che sembrava inspiegabile: l’Arca, che veniva posta nella parte più interna del Tabernacolo, il Sancta Sanctorum, pur essendo visibile, non occupava spazio e le misure del Tabernacolo, prese con l’Arca o senza erano le stesse; oggi la teoria della relatività ha spiegato come un campo energetico, estremamente intenso, quale quello dell’Arca, possa curvare lo spazio facendo letteralmente sparire in sé determinati oggetti.
I minerali della terra, gli astri del cielo, le parti del corpo fisico, i numeri, le lettere, le parole, i nomi rappresentano determinate forze e non altre che sono nel cosmo, e studiando la Kabalah che si interessa della creazione, scopriremo tutti i collegamenti e i rapporti che ci sono fra noi, il cielo e la natura. Scopriremo che la monade che Leibnitz definisce come un punto metafisico, un centro di energia spirituale, privo di estensione, indivisibile, colmo di vita, di attività e forza incessante, sia quanto i cabalisti affermano di Kether (Prima Sephirah), il prototipo di ogni realtà fisica, psichica e spirituale. Anche la concezione fisico–matematica di un elettrone che occupa la totalità dello spazio, sembra essere l’esatto corrispondente della concezione cabalistica di Kether.
Nel The Misterious Universe scopriamo che James Jeans scrive: “Ciò dimostra che un elettrone deve occupare in un certo senso almeno la totalità dello spazio…. E gli scienziati, Faraday e Maxwell, immaginarono una particella elettrificata emanante linee di forza per tutto lo spazio… e via dicendo. Molte altre corrispondenze ancora ci sarebbero da enunciare, ma che verranno scoperte andando avanti nello studio della Kabalah.

Come possiamo, noi che viviamo in una società frenetica e consumistica usare la Kabalah come mezzo di elevazione?
Anche in questa società frenetica è doveroso cercare di ritagliarci un piccolo spazio, necessario per la nostra evoluzione e che dovremmo portare avanti come prima cosa in maniera voluta e cosciente. La mattina appena svegli, a costo di mettere la sveglia dieci minuti indietro, o la sera prima di andare a letto, possibilmente sempre alla stessa ora, come un vero impegno con noi stessi, e gli impegni presi con noi stessi sono i più importanti da rispettare, perché solo loro ci danno la possibilità di capire di più noi stessi (conosci te stesso e conoscerai il mondo –Socrate-), facciamo dieci minuti di riflessione che dedicheremo a riguardare il nostro comportamento quotidiano e ad osservare attentamente, senza scuse, se ci siamo comportati secondo i valori che ci indicano le Sephiroth. Le Sephiroth sono le Luci, le forze dell’Anima, i Numeri (o Leggi) che regolano il mondo e la nostra vita. Esse formano “l’Albero della Vita”, che con i suoi sentieri, ci indica il cammino di risalita verso l’Unità. L’Albero della Vita è un simbolo composito che rappresenta tutta la creazione secondo la Kabalah (Tradizione). Le Sephiroth, sono le forze che corrispondono a determinate parti del nostro corpo, della nostra psiche, della mente e del nostro spirito. I medici di un tempo, studiosi di Kabalah, pronunciando il nome della Sephirah preposta alla parte del corpo dolorante, riuscivano a curare il paziente, essi, però, conoscevano le vibrazioni di tale nome, vibrazioni che possono essere conquistate solo da colui che è in sintonia con la natura e che è onesto e veritiero.
Studiando il valore, la storia, la forma delle Sephiroth e valutando la posizione di queste sull’Albero, che sono poste in ordine successivo di emanazione, noi possiamo conosceremo il grado di realizzazione di queste in noi e nel mondo che ci circonda e possiamo conoscere la strada da percorrere per raggiungere le vette dello spirito. Queste forze sono: Volontà (Kether), Saggezza (Hokhmah), Intelligenza (Binah), Amore (Hesed), Severità (Ghevurah), Bellezza (Tiphereth), Vittoria (Netzah), Splendore (Hod), Fondamento o Verità (Yesod), Regno (Malkuth).
Cerchiamo ora di fare un esempio per delineare la risalita delle forze della nostra anima. Partendo dallo stato in cui siamo sicuramente abbiamo potuto notare che, in determinati momenti, si fa sentire in noi il desiderio di comprendere qualcosa di più della vita e, se ci soffermiamo a voler capire meglio, vediamo che in noi giocano tante forze: i sogni, le immagini, la fantasia, le forze della psiche, degli astri, le forze inconsce, gli archetipi e via dicendo, tutte espressioni che ci spingono a voler capire di più rispetto a ciò che appare nella vita. Ecco che, se riusciamo a non bloccarle, ma anche a non esserne dipendenti, queste forze ci spingono a percorrere il primo sentiero (il primo per la risalita delle energie umane, ma l’ultimo rispetto alle energie dell’emanazione), cioè la Tav, i sentieri sono le lettere dell’Aleph-Beth, o alfabeto ebraico, questo sentiero ci porterà a Yesod; Sephirah che vuol dire fondamento, vuol dire conoscere le nostre basi e ci insegna a divenire veritieri perchè la verità è il fondamento della Vita Vera; la ricerca della verità in noi ci aiuterà ad andare avanti nella ricerca della “Verità Una”. Questo lavoro, fatto su noi stessi, ci porterà al secondo sentiero. Il secondo è quello dalla lettera Shin che vuol dire fuoco, luce e ci introdurrà nella Sephirah di Hod, Splendore. Il nostro desiderio ora si fa più sentito, più autentico e veritiero e qui troveremo il Maestro giusto, adatto al momento evolutivo che attraversiamo, questi ci darà il “la”, “l’imput” per andare avanti, fin tanto che non troveremo il vero Maestro, che è quello interiore. E, raggiunta la Sephirah più alta, saremo uno con Lui. Questo studio e questo lavoro su noi possiamo e dobbiamo farlo, soprattutto perchè questa vita è frenetica, bastano dieci minuti al giorno di riflessione e possiamo veramente cambiare la nostra vita, perché essa è rivelatrice a noi stessi delle grandi possibilità che sono in noi.

Che cosa può portare lo studio della Kabalah all’uomo e alla donna di oggi?
Abbiamo avuto modo di dire, rispondendo alla prima domanda che lo studio della Kabalah ci porta a capire di più la vita e ad agire di conseguenza. Capendo che la Vita è Una e che tutto è collegato arriveremo a renderci conto che agendo per il bene di questa, agiamo per il vero bene nostro. Una volta presa coscienza di ciò, senza accorgercene, noi agiremo diversamente di fronte alle situazioni, saremo più decisi ad agire secondo coscienza, in nome di un bene comune. R.Assagioli, medico, psichiatra e psicoanalista, fondatore della psicosintesi, diceva che bisogna essere schiavi della propria coscienza e padroni della propria volontà. Agire secondo coscienza significa agire secondo quello che noi riteniamo giusto, leale e onesto nei riguardi di tutti indistintamente. E anche se la nostra concezione del giusto e del vero è ancora limitata, esercitandoci ad agire con coscienza, dandole credito, facendola essere sempre più presente in noi, questa si amplierà, si rafforzerà e noi acquisiremo sempre più attenzione verso il nostro modo di agire e  maggiore discernimento fra bene e male e, soprattutto, acquisiremo sempre più quella forza di volontà necessaria ad affermare ciò che riteniamo giusto. Per affermare le cose giuste nei riguardi di tutti bisogna essere forti ed equilibrati, spesso anche andare contro i nostri desideri personali, ma non è un traguardo troppo difficile se veramente desideriamo essere migliori. Le lettere dell’alfabeto ebraico e le Sephiroth  indicano i traguardi che l’essere umano deve raggiungere. La Kabalah è basata proprio sul valore delle dieci Sephiroth e su quello delle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico, la cui forma e valore risale alle Tavole ricevute da Mosè sul mante Sinai, e che insieme costituiscono i trentadue sentieri necessari all’energia creatrice per arrivare a noi, e necessari all’energia di ritorno per risalire all’Unità. Risalendo questi sentieri, noi saremo sempre più all’altezza di ricevere nuova energia e nuova luce. Come già detto, ravvivando e realizzando nel nostro comportamento il valore di ogni Sephirah, acquisiremo sempre più le virtù, la forza e i valori che esse rappresentano. Ampliando la nostra coscienza, noi saliremo l’Albero, come se fosse la scala di Giacobbe, diventeremo sempre più omnicomprensivi, vedremo sempre più chiaramente il modo giusto di comportarci e saremo sempre più in pace e in armonia con noi stessi e con il mondo.

Adriana Simeoni, Kabalah, una via per raggiungere la divinità. Edizioni Terre Sommerse

Published in: on 22 gennaio 2010 at 10:38  Lascia un commento  
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