La proieziofobia: un disturbo dovuto a cattiva informazione

Uscire dal corpo in modo cosciente è un’esperienza che cambia la vita

Chi non riesce ad avere esperienze fuori dal corpo è forse affetto da proieziofobia, un problema che impedisce alla persona, solitamente dotata di un buon parapsichismo, di constatare la propria capacità di manifestarsi in altre dimensioni indipendentemente dal cervello fisico.

Le proiezioni fuori dal corpo, dette anche viaggi astrali, un tempo erano riservate a pochi iniziati e a qualche persona cui succedeva spontaneamente di trovarsi proiettata oltre la forma fisica. In questi ultimi casi a volte il fenomeno veniva vissuto con terrore in quanto in assoluta contraddizione con il pensiero collettivo e la cultura dominante. Oggi, la IAC (International Academy of Consciousness) studia le esperienze fuori dal corpo, dette anche OBE (Out of Body Experience), e le considera assolutamente normali e auspicabili per tutti. Di pari passo con questo studio emerge un fenomeno piuttosto diffuso detto “proieziofobia”. Ne parliamo con Analaura Trivellato psicologa e studiosa della IAC.

Che cosa si intende per “proieziofobia”?

Proieziofobia è un termine che si riferisce alla paura di vivere un’esperienza fuori dal corpo (OBE) come anche al timore di percepire esseri non fisici o dimensioni sottili. In termini più tecnici si tratta della paura irrazionale della  multidimensionalità, che ostacola il progresso del parapsichismo e quindi la capacità della persona di proiettarsi consciamente fuori dal corpo fisico. La proieziofobia solitamente colpisce persone che possiedono un buon livello di parapsichismo naturale ma non possono nè spiegare, né comprendere, né controllare queste percezioni e finiscono col sentirle come inquietanti e con l’averne paura. In realtà si può imparare a controllare questi fenomeni spontanei e questo è il modo migliore per guarire dalla proieziofobia.

La proieziofobia si può considerare come una malattia?

Se ci riferiamo alla scienza, le fobie in generale appartengono alla categoria dei disturbi da ansia. Quindi nel caso delle fobie si preferisce la parola “disturbo” a quello di “malattia” in quanto più neutro e meno stigmatizzante.

Nel contesto di questo mio lavoro, la proieziofobia va tuttavia considerata come il risultato di un certo numero di fattori che concorrono a creare il disturbo e tra questi: il contesto culturale, l’educazione, le influenze del collettivo, le esperienze di vite passate (anche non ricordate). Tutti questi fattori, uniti a una mancanza di informazione imparziale o alla disinformazione, possono condurre alla proieziofobia anche se ovviamente non si può affermare che ciò si produca nel cento per cento dei casi in quanto vi sono persone più resistenti di altre e inoltre non vi è mai una chiara relazione causa-effetto.

Come si può guarire?

Guarire non mi sembra la parola più indicata, in quanto per vincere la proieziofobia, come tutte le altre fobie del resto, è necessario un processo graduale di lavoro passo per passo e non vi è una guarigione subitanea.

Il punto essenziale per vincere la proieziofobia è la comprensione della nostra natura non fisica, ossia del fatto che possiamo manifestarci indipendentemente dal cervello fisico. Quando questo fatto viene capito e sentito come una componente naturale della vita, superare la proieziofobia diventa più facile.

Un ottimo esempio è l’esperienza di premorte, detta anche NDE, durante la quale una persona viene considerata clinicamente morta ma in realtà si trova fuori dal corpo e in seguito racconta un’esperienza in cui solitamente attraversa un tunnel e incontra un essere di luce o parenti defunti.  Inoltre molti protagonisti di NDE vedono cose che, date le loro condizioni fisiche, non dovrebbero essere assolutamente in grado di vedere. Questi fenomeni dimostrano che la nostra esistenza non dipende dall’attività del certello fisico e che possiamo agire in altre dimensioni anche in assenza di attività cerebrale.

La cura convenzionale per i disturbi da ansia consiste sia in una delle tante forme di psicoterapia, sia nell’assunzione di farmaci. Nel caso della proieziofobia non consiglio il ricorso a cure farmacologiche che non vanno alla radice del problema; in quanto alle psicoterapie tradizionali, esse si scontrano con l’atteggiamento della la psicologia che non riconosce né la multidimensionalità, né la reincarnazione, né i differenti veicoli di manifestazione, ossia i corpi che usiamo nelle dimensioni non fisiche. La psicologia parte quindi da premesse sbagliate e pertanto non risulta efficace nella cura.

Le ricerche che ho effettuato mi hanno dimostrato che un’informazione diretta e non distorta è fondamentale per permettere una più ampia comprensione e un cambiamento dell’interpretazione dei fenomeni. Questo è ciò che tento di fare nella mia ricerca e nelle lezioni che tengo in varie parti del mondo. Il mio motto personale per quanto riguarda la proieziofobia è “comprendere per superare”.

Il secondo punto è quello di iniziare una forma di auto-trattamento nella quale la persona applicherà una sua tecnica specificamente scelta in base ai sintomi, alle cause scoperte, e all’intensità della proieziofobia di cui soffre. La pratica è insostituibile per raccogliere esperienze che aumenteranno la fiducia e permetteranno di superare la proieziofobia.

Tutte queste variabili vanno prese in considerazione per sviluppare diversi tipi di tecnica e questo è uno degli aspetti più importanti del mio lavoro in questo settore.

È importante liberarsi dalla proieziofobia?

È importante in quanto le OBE permettono di constatare che,se la nostra vita fisica è limitata nel tempo, la coscienza (essenza, individualità, anima, spirito) invece non lo è affatto. Noi non cessiamo di esistere quando moriamo. Questa certezza cambia totalmente la prospettiva che ciascuno di noi ha della propria vita e solitamente conduce a rivalutare le proprie priorità. Riconoscere, comprendere e superare la proieziofobia istilla quindi naturalmente la motivazione e la forza necessarie per affrontare le sfide quotidiane, sfide che richiedono un atteggiamento fermo e coraggioso. Si acquisisce maggiore sicurezza poiché si prende coscienza che la lfacoltà di cambiare il mondo esterno risiede dentro ciascuno di noi.

 

Nota: data la complessità dell’argomento sto raccogliendo dati che mi permettano di approfondire la comprensione del problema. I feedback o gli imput da parte dei lettori sono pertanto molto apprezzati e costituiscono un grande contributo a questo studio (milano@iacworld.org)

Analaura Trivellato è brasiliana. Laureata in lingue e psicologia ha iniziato a studiare le teorie relative alla multidimensionalità della coscienza nel 1991. Nel 1999 è diventata insegnante di Coscienziologia e nel 2005 si è trasferita in Gran Bretagna dove è entrata a far parte del team dell’Accademia internazionale di Coscienziologia (IAC) www.iacworld.org di Londra. Ha insegnato in diversi paesi e ultimamente è diventata coresponsabile della pubblicazione dell’IAC  “Journal of Coscientiology”.

Colei che ascolta nel vento

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Secondo alcuni le dimensioni sottili si stanno avvicinando al nostro mondo materiale e ciò consente a un numero crescente di persone di avvertire questo contatto; secondo altri è la mentalità corrente che sta rivalutando la soggettività cara alla fisica dei quanti. Il contatto con altre dimensioni richiede infatti una profonda fiducia nel proprio sentire, un ascolto attento delle proprie emozioni e sensazioni, un rifiuto di quello sguardo superficiale e riduttivo che troppo spesso viene spacciato per buonsenso e ragionevolezza. Sta di fatto che la schiera di coloro che avvertono la presenza del Sottile nella loro vita si infoltisce sempre più e tende a distanziarsi dal mondo spesso un po’ ambiguo della medianità tradizionale.

Un esempio di questa tendenza è Manuela Racci, insegnante di storia e filosofia al Liceo classico di Forlì, una bella signora, intelligente e colta, che negli scorsi mesi ha pubblicato un libro in cui narra la sua storia, una vicenda di amore eterno che sembra quasi appartenere al mondo delle leggende.

Bisogna comunque precisare che Manuela, chiamata “Colei che ascolta nel vento” dall’attore Enzo Decaro, che ha scritto la prefazione al suo libro, viene da una famiglia di sensitivi. La bisnonna materna, una contadina romagnola, era nota in paese come veggente e si diceva che facesse volare i tavolini con il suo potere a volte un po’ “selvaggio” e incontrollato. Una zia paterna, morta in tenerissima età, curava gli animali con il tocco delle sue manine. Due altre zie sono l’una cartomante e l’altra responsabile di un centro di pranoterapia a Ravenna.

“Io stessa” dice Manuela “sono nata con due cavità anomale ma assolutamente simmetriche nelle orecchie”. Il fenomeno, che nessun medico riesce a spiegare, fa esclamare che la bambina è «segnata». “Sono stata una bambina particolare” prosegue Manuela. “Sapevo placare le persone e ottenerne l’attenzione con estrema facilità. Di notte mi vedevo proiettata vicino al soffitto della mia camera e avevo l’impressione di viaggiare tra le stelle e i pianeti. Poi, con il passare degli anni ho imparato a nascondere questo mio dono per timore di essere giudicata «strana». Credo di aver incanalato questa energia nel lavoro e sono certa di aver raccolto l’amore di tutti i ragazzi che sono stati e sono i miei alunni.

A nove anni Manuela Racci incontra Giovanni, colui che oggi identifica come la sua “anima gemella”, la sua metà perduta secondo la filosofia platonica. Giovanni ha solo dieci anni, ma la bimba ne rimane folgorata e dice alla mamma: “Da grande sposerò quel bambino”. Si perdono di vista per qualche anno ma si ritrovano alle Scuole medie, dove sboccia il loro amore. “Giovanni era un ragazzo bellissimo con il dono della piacevolezza, della generosità. Se fosse vissuto sarebbe stato sicuramente un «cor gentile» secondo la definizione di Dante”.  Afferma Manuela.

A sedici anni i due adolescenti progettano di sposarsi e sognano la loro vita futura: lui sarà medico, lei insegnante e già vedono la loro casa, i loro figli… Ma a diciassette anni Giovanni perde la vita in un incidente di moto. Il dolore coglie impreparata la giovanissima Manuela. “Non accettavo questa morte, la vivevo come un abbandono e reagivo vivendo storie buie, superficiali… Ho fatto due matrimoni sbagliati, falliti tutti e due, anche se dal secondo sono nati due figli che sono la mia gioia” confessa. “Non accettavo neppure la promessa che Giovanni mi aveva fatto un giorno di tornare da me comunque anche se gli fosse successo qualcosa. Così ignoravo i segnali che mi arrivavano attraverso medium, sensitivi e anche attraverso accadimenti che connotavano la mia vita. Non ero pronta”.

Ma nonostante tutto, la giovane insegnante continua a consultare cartomanti e veggenti di ogni tipo e a frequentare convegni dedicati appunto ai contatti con l’Oltre. Proprio a uno di questi convegni conosce Claudio Maneri: un uomo che ha perduto la figlia amatissima e che ha saputo superare il dolore ritrovando la ragazza grazie al contatto con altre dimensioni. Claudio ha scritto un libro sulla sua esperienza e in seguito ha trovato la forza di trasformare lo strazio in energia per dar vita a una Fondazione che realizza progetti di aiuto ai bambini nei paesi del Terzo Mondo.

“Claudio è stato il primo uomo al quale ho raccontato tutto di Giovanni” dice Manuela. “Mi ha detto che era una storia d’amore bellissima e mi ha spinto a condividerla con gli altri. Ho cominciato a scrivere a luglio dell’anno scorso e ho partorito il libro in un mese e mezzo. È stata una vera catarsi”. Oggi Manuela si dedica ad aiutare coloro che soffrono per la perdita di un essere caro aprendo loro le porte dei mondi sottili. Il suo libro è alla terza edizione e già si parla di una seconda opera. Manuela si è anche scoperta pittrice di opere intuitive dalle quali emergono spontaneamente dei volti. Non è raro che qualcuno, vedendo i quadri riconosca persone care defunte. E nonostante tutto Manuela continua a insegnare: “Oggi più che mai si fa sentire in me l’ingiunzione morale di dire che, quando esiste questa capacità di farsi ponte con altre dimensioni, bisogna mettersi a disposizione per portare speranza a chi è nel dolore e bisogna farlo senza chiedere niente in cambio”. Afferma decisa.  “La medianità non è una professione come possono esserlo invece altre modalità quali l’astrologia o la pranoterapia”.

Florinda Balli

Manuela Racci, Dal Cielo nei Tuoi Occhi, Minerva Edizioni.

Per saperne di più sulla fondazione di Claudio Maneri:www.butterflyonlus.org

Published in: on 10 ottobre 2009 at 08:52  Lascia un commento  
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