Alla riscoperta del proprio sogno

“Si può prendere in considerazione questo: alla nascita, e forse anche prima, abbiamo un Sogno”… “Potremmo ipotizzare che nascendo abbiamo ben chiaro il Sogno, quello cioè che siamo nati per fare, la direzionne nostro percprso nella quale possiamo dispiegare i dettami della nostra Anima per dirla con E. Bach.”
Questa premessa sta alla base di “La ruota della Creatività”, secondo libro di Adriano Parmigiani, terapista e insegnante di Shiatsu oltre che studioso di floriterapia e della tradizione dei nativi americani. Il guaio è che gran parte di noi dimentica questo sogno e vaga nel mondo in preda a un inquietante senso di vacuità che tenta di colmare inventandosi scopi e missioni posticci, o lasciandosi imporre un “sogno” dall’esterno.

Perché avviene ciò?Chiediamo all’autore.
“Tutto comincia con il processo di socializzazione” ci risponde  “Un processo che è necessario perché altrimenti non potremmo vivere, ma che oscura una serie di cose,  anche con le migliori intenzioni da parte dei migliori genitori e dei migliori educatori”.

Si può ritrovare il proprio sogno?
“Certo, ma la riscoperta di questo compito originale significa mettere in moto un processo di memoria e per mettere in moto un processo di memoria è necessaria una certa quantità di energia. Tutto il mio libro è la descrizione di come i nativi attuavano questa forma di psicoterapia ante litteram, attuata dai saggi e dai vecchi della tribù per aiutare ciascuno a ritrovare quello che è il suo specifico cammino, indipendentemente da quelli che erano i bisogni della società, della tribù, della famiglia. Si tratta di un processo che non è molto conosciuto perché è poco divulgato”.

Chi legge il tuo libro può scoprire gli strumenti per ritrovare il proprio sogno anche senza saggi ad assisterlo?
“Sì” nel senso che una volta che sei entrato nel processo, che lo hai capito, puoi e devi andare avanti da solo. È come quando uno va in analisi: ci rimane per un certo numero di anni e poi capisce alcune cose e può anche permettersi di lasciare l’analista. Qui è più o meno la stessa cosa, nel senso che si parte da una concezione del mondo completamente diversa dalla nostra che viene sintetizzato come ruota di medicina. La ruota di medicina è il modo in cui i nativi delle pianure americane vedevano il mondo e se stessi nel mondo”.

Mi potresti fare un esempio?
“Ti posso citare uno dei racconti evocati nel libro, la storia del giovanotto Occhio di Falco che voleva sposare Raggio di Luna e che per dimostrare il proprio valore era intenzionato a rubare due cavalli della tribù vicina. A quel punto otto saggi della tribù lo facevano sedere in mezzo a loro e impersonavano  per lui ciascuno una direzione della Ruota di Medicina. Ogni direzione aveva un modo di porsi di fronte alla vita: il nord, per esempio, rappresenta la mente, il razionale, il Sud rappresenta invece l’acqua, l’istinto. Quindi c’era un confronto tra il fanciullo che voleva diventare uomo e gli uomini che gli facevano da specchi, rappresentando le varie direzioni, ossia tutte le parti della sua psiche. Lo scopo di questo processo non era di indebolirlo o di ostacolarlo, ma di mostrargli dove era la sua debolezza e aiutarlo a diventare forte per far sì che lui andasse a fare il suo atto d’amore, ma che lo facesse con una consapevolezza diversa e non trascinato da un impulso che gli poteva nuocere. I saggi parlavano molto di consapevolezza e con questo termine intendevano una consapevolezza interiore, non una motivazione esterna”.

Ma è un sistema applicabile anche alla nostra società, o a un progetto che potrebbe interessare la nostra società?
“Sicuramente a un progetto che potrebbe interessare il singolo. In fondo il concetto dei nativi non era un concetto che riguardasse una struttura sociale. Il focus era sull’individuo. La struttura familiare, tribale e sociale era assolutamente in funzione dell’individuo, ossia esattamente il contrario di quello che succede oggi alle nostre latitudini, in barba a quanto viene affermato nelle Costituzioni dei singoli stati.  Per tornre alla società occidentale moderna, la mia idea è che la cosa importante sia di creare in questa società delle oasi in cui si possano costruire delle relazioni diverse. Se poi queste oasi riescono a crescere a macchia di leopardo e a costruire una rete, questa è una bella utopia che potrebbe anche realizzarsi”.

Adriano Parmigiani,  La ruota della creatività, Un percorso per recuperare il Sogno, Edizioni Youcanprint. ISBN 978-88-67519-10-1.

Per contattare l’autore: lacasaheyoka@libero.it

Luce sul mistero del Graal

     

Foto: Eddi van W. Flickr. com

Una studiosa della Tradizione ci guida in un affascinante viaggio alla ricerca del Mistero dei Misteri, aiutandoci a superare barriere e pregiudizi e spingendoci ad ascoltare la voce della vita.

Vi sono misteri che giacciono sopiti nell’inconscio dell’umanità da dove periodicamente risorgono, in una forma o nell’altra, suscitanto grandi ondate di curiosità e di fascino che non si spiegano con la sola moda. Tra questi misteri vi è quello del Graal, oggetto indefinito, che ha ispirato in ogni tempo poeti, romanzieri e più recentemente cineasti. Il Graal è legato alle speranze di salvezza, felicità, prosperità, vita eterna che abitano l’uomo da sempre. Sul Graal è stato scritto molto ma poche sono state le ipotesi fautrici di ispirazione e di nutrimento per i ricercatori di verità.

Una bellissima eccezione a questa regola è « Il Graal custodito dai Templari » di Maria Grazia Lopardi, uscito lo scorso anno nelle Edizioni Arkeios. In questo saggio la giurista aquilana prosegue il filone che, partendo dalla vicenda di Collemaggio e di Celestino V, l’ha condotta passo dopo passo a studiare gli enigmi dei Cavalieri del Tempio,  del Quadro magico del Sator, dell’architettura sacra medievale e altri  ancora.

Ne « Il Graal custodito dai Templari » Maria Grazia Lopardi presenta una sua convincente ipotesi sulla natura del Graal :  Coppa, Pietra, Donna, ma anche molto molto di più. I Templari e con essi Pietro da Morrone, il futuro papa Celestino V, avrebbero conosciuto il mistero e si sarebbero sforzati di tramandarlo alle generazioni future attraverso simboli che i primi avrebbero inciso con fatica sulle pareti delle loro celle e che il secondo avrebbe affidato alla sua Basilica di Collemaggio. In questa ricerca, dove molto si parla di androginia perduta, l’Autrice si muove coraggiosamente tra razionalità maschile e intuito femminile.

Maria Grazia Lopardi ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune domande su questa sua opera affascinante e scritta con contagiosa passione.

Nella sua ricerca, attraverso le lingue e le culture sulle tracce della Tradizione, lei si lascia guidare tanto dall’intuizione quanto dall’erudizione. Come è arrivata a questo metodo originale?

E’ il frutto di una mia evoluzione personale: mentale per formazione-non a caso sono una giurista- ho dovuto ad un certo punto della vita dare fiducia alla mia parte irrazionale, all’intuizione che mi si palesava con incredibile forza tanto da farmi arrendere all’evidenza e da ricevere  l’avallo della mia parte razionale. Credo che sia l’equilibrio tra testa e cuore che viene richiesto in questo momento della storia dell’umanità. La vita ci parla di continuo e richiede che la stiamo ad ascoltare.

Lei ripete che il libro dedicato al Quadrato magico del Sator è stato fondamentale per le sue successive ricerche. Perché?

Perche è stato frutto di una intuizione straordinaria:  partendo da questo misterioso quadrato recante una scritta palindroma

SATOR

AREPO

TENET

OPERA

ROTAS

 ho rinvenuto un codice cosmico, la legge del creato che  si ritrova in natura ma anche nelle costruzioni sacre realizzate da iniziati. Si tratta di una legge musicale, effetto del primo suono-vibrazione che ha informato il cosmo, si tratta della rete delle dee tessitrici di tutte le mitologie che compongono la Matrice degli Archetipi  imprimenti  la forma a fiori, foglie, piante ecc. Credo di aver rinvenuto nel mio reticolo il canto unico dell’universo, la unificazione delle forze cui aspirano i fisici…Tutto è informazione e il mio reticolo è il campo informante. Questa intuizione mi ha consentito di entrare nel segreto dei Maestri Costruttori, tanto da permettermi di tracciare piante di chiese, moschee, sinagoghe; mi ha condotto, con mia grande emozione, a comprendere cosa sia il GRAAl, il grembo cosmico da cui scaturisce il creato, lì dove Galaad vide “l’inizio e la  causa di ogni cosa”.  Ho anche rinvenuto la coerente traduzione  dal latino della frase:  Il Creatore (SATOR) verso cui tendo (AREPO, forma contratta di ADREPO) sostiene (TENET) con la sua azione (OPERA, azione musicale, vibratoria)  le sfere celesti (ROTAS ovvero il senso di rotazione delle particelle, lo spin).

Contrariamente ad altri studiosi lei non esclude nessuna fonte: le grandi religioni, Guénon, la Teosofia, i Rosacroce, Kryon. Pensa che tutte le ricerche spirituali abbiano valore e che nessuna vada considerata come errata?

Sostanzialmente sì, penso che la Tradizione Unica, intesa come Conoscenza primordiale che come un fiume scorre ora sotterraneo ora in superficie, sia alla base di religioni e scuole di Sapienza, casomai camuffata dalle colorazioni connesse a tempi , luoghi e popoli a cui era destinata, e dalle interpretazioni e sovrastrutture umane. Se si penetra in profondità ovunque emerge la Traditio.

Pensa che oggi l’umanità sia matura per riscoprire il segreto custodito dai Templari?

Credo che sia destinato proprio all’umanità di oggi. La Fisica ci sta arrivando (reticolo cosmico, stringhe, campo quantico ecc.) ma è l’essere umano che deve comprendere come interagire con la Matrix, come divenire artefice della propria esistenza e scrivere il proprio futuro, come usare le Porte dei Templari, i luoghi graalici per trasmutare la propria materia mortale e spiritualizzarla come la tradizione cristiana dice del corpo di Maria che esprime la materia tutta.

Che cosa porterà all’uomo moderno l’accesso al potere femminile del Graal?

Il collegamento con il campo dell’intuizione, dunque la Conoscenza di prima mano, non appresa dai libri, la consapevolezza di essere il creatore del settimo giorno, quello in cui Dio si riposa, di avere il compito, pacificato in sé e in armonia nella recuperata androginia, di realizzare la  cubica Gerusalemme divina che esprime il compimento della creazione.

Published in: on 9 agosto 2012 at 09:03  Comments (1)  
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Alla ricerca delle civiltà perdute

È di recente pubblicazione il libro di Sabina Marineo « Prima di Cheope : le origini » dedicato all’Egitto prima del tempo dei faraoni. L’autrice presenta tra l’altro la tesi affascinante dell’esistenza in quella regione di antichissime civiltà matrifocali e pacifiche, ma culturalmente avanzate.

 

La Sfinge di Giza. foto frans 16611 Flickr.com

Incontriamo Sabina Marineo a Monaco di Baviera dove vive e lavora, pubblicando sia in italiano che in tedesco. Conoscevamo il suo interesse per i templari e  per i misteri come quello di Rennes le Château, ma non la sapevamo esperta di antico Egitto. Le chiediamo qualche informazione sul suo nuovo libro.

 

C’è un motivo particolare per cui ti interessi dell’antico Egitto ?

« Certo, ma i miei motivi sono di natura più personale che professionale. Infatti non ho studiato egittologia, ma letteratura e lingue straniere e poi ho fatto teatro, un po’ per tradizione familiare e un po’ perché mi affascinava l’idea di entrare “nella pelle“ di qualcun altro. Naturalmente ho sempre letto molto e ho anche scritto, ma soprattutto racconti e romanzi. Poi un giorno mi sono imbattuta nel famoso libro “Il Santo Graal“ di Baigent, Leigh, e Lincoln che mi ha spinta ad approfondire il tema delle società segrete. Di pari passo ho anche cominciato a studiare la storia dell’antico Egitto. Ho seguito delle lezioni all’università di Monaco, ma soprattutto ho studiato e letto molto per conto mio. Devo dire che l’Egitto mi ha sempre attratto molto tanto che nel corso dei mei viaggi in Africa ho sempre colto l’occasione per tornare in quel paese e conoscerlo meglio».

 

Nel tuo libro rivaluti il mito che consideri non come favola, ma come trasposizione di una realtà storica. Perché?

«Le società del lontano passato avevano un senso della storia molto diverso dal nostro. Per loro il mito era lo strumento più adatto per tramandare avvenimenti storici, o anche la memoria di personaggi che rivestivano un’importanza particolare».

 

Come  Ermete?

«Sì. Come Ermete. Il mito era uno strumento. L’idea della storia, così come la conosciamo oggi, si è cristallizzata solo molto più tardi, con i greci e i latini. Prima non c’era. Come ho scritto nel libro, la concezione del tempo degli egizi e degli altri popoli della lontana antichità era differente dalla nostra e il modo di concepire la storia è strettamente legato alla concezione del tempo. Nell’antico Egitto la visione del tempo era duplice: poteva essere lineare come la nostra, ma era anche ciclica.  Se osserviamo gli avvenimenti passati da un punto di vista ciclico, ci rendiamo conto che il mito era uno strumento di primaria importanza per comprenderli pienamente. Infatti, se guardiamo le società tradizionali come quella dell’antico Egitto, vediamo che tutte registrano degli avvenimenti che si ripetono, ma che in un certo senso avvengono sempre per la prima volta».

 

Come è possibile?

«È possibile perché l’avvenimento ricorrente è sempre trasformato, sempre nuovo. Questo concetto è molto difficile da capire per noi. Possiamo capirlo a livello intellettuale, ma farlo nostro è difficilissimo, proprio perché abbiamo un senso completamente diverso dello scorrere del tempo».

 

Il tuo libro parla molto di civiltà preistoriche che una parte dell’archeologia liquida come primitive. Perché?

«Infatti, parlo di civiltà matrifocali e  che sia molto importante rivalutarle. Penso che, fino a prova del contrario, queste civiltà preistoriche erano molto più pacifiche di quelle che le hanno seguite. Probabilmente non si basavano nemmeno su una struttura gerarchica, il che secondo me è  un fatto molto positivo. È probabile che avessero una struttura ecumenica dove tutti avevano accesso alle risorse naturali.»

 

Queste civiltà potrebbero addirittura servire da modello a noi?

«Certo. Soprattutto oggi questi modelli potrebbero aiutarci. Noi siamo il frutto delle grandi culture patriarcali e aggressive: della cultura sumera, egizia, greca e romana, ma ci stiamo rendendo conto che non possiamo continuare così, che dobbiamo cambiare, altrimenti distruggeremo il pianeta, o quantomeno la razza umana».

 

Le culture matrifocali erano africane?

«Per quanto concerne l’Egitto si può supporre che fossero africane. Del resto l’Africa ha una grande tradizione di culture matrifocali. Ma non dimentichiamo che anche la vecchia Europa ha avuto delle culture di questo stampo, in particolare nei Balcani e attorno al Mar Nero, nel quattro-cinquemila avanti Cristo».

 

Da dove provenivano le culture patriarcali?

«Erano di origine indoeuropea, ossia proprio i nostri antenati. Si pensa che venissero dalle steppe del Volga, nella Russia meridionale, anche se è molto difficile dire quale fosse veramente la loro patria d’origine. Erano tante tribù differenti, per cui sarebbe assolutamente sbagliato parlare di una razza. Tuttavia queste tribù erano accomunate dalla lingua e da un sistema religioso incentrato su un culto solare, una divinità maschile, un dio-padre».

 

Tra i loro dei vi era anche Horus, il dio-falco?

«Infatti. Horus era una divinità guerresca per eccellenza. Nelle raffigurazioni più antiche il dio-falco è sempre rappresentato con la clava o con l’arpione, intento a uccidere i nemici. Horus inoltre era detto “colui che viene da lontano” quindi si può supporre che fosse una divinità arrivata da un paese straniero».

 

Mentre Iside era paragonabile alla dea madre delle civiltà più antiche?

«Iside è una delle metamorfosi subite dalle grandi dee del passato dopo l’affermarsi delle civiltà patriarcali e degli dei maschili. Sebbene discendente della Grande Madre, viene onorata soprattutto in quanto moglie di Osiride e madre di Horus. Ciò rispecchia tra parentesi anche il cambiamento di ruolo della donna nella società. Questo relegare la donna nell’abito privato della casa e della famiglia è tipico delle culture patriarcali. E pensare che le civiltà preistoriche non erano matriarcali, ossia non garantivano alla donna un posto di preminenza. Per quanto possiamo dedurre dai reperti trovati fin qui,  i due elementi maschile e femminile erano complementari. Il ruolo centrale della donna era semplicemente dovuto al fatto che dava la vita».

 

Ti stanno a cuore le culture matrifocali?

«Sì e spero che con i nuovi ritrovamenti archeologici e con i mezzi sempre più sofisticati di cui disponiamo per tornare indietro nel passato si arrivi a rivalutare queste culture che oggi, come abbiamo detto, vengono ancora considerate come molto primitive se paragonate con le “grandi” civiltà sumera o egizia. Se parliamo dell’Egitto in particolare, spero che proprio lo studio delle civiltà predinastiche possa con il tempo e i ritrovamenti fare luce su questa civiltà preistorica africana che forse era una grande cultura. Oggi non abbiamo tracce sicure, ma non è escluso che proprio la famosa sfinge di Giza sia frutto di quella civiltà disprezzata ».

Sabina Marineo, Prima di Cheope: le origini, Nexus edizioni

 

Published in: on 18 luglio 2012 at 20:17  Lascia un commento  
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L’universo implicito di Marizio Cavallo

È di recente pubblicazione « Fulgori dall’Abisso », il terzo libro di Maurizio Cavallo. In quest’opera da lui stesso definita « mistica », l’Autore descrive la realtà di un universo multidimensionale e affronta il tema controverso del « Re del Mondo ».

È uscito di recente per i tipi di Verdechiaro Fulgori dall’Abisso, terza opera di Maurizio Cavallo, (Jhlos). Come nei precedenti  Ai Confini del Tempo e Oltre il Cielo, anche in queste pagine Maurizio ci descrive una  tappa del viaggio alla scoperta di una realtà invisibile cui gli è stato concesso il difficile privilegio di accedere in seguito alla ben nota abduction.

Il clariano Suell gli è ancora guida, ma solo per un breve tratto del terribile percorso che, attraverso paesaggi di volta in volta opprimenti o meravigliosi, lo porterà a riconoscere come tempo e spazio siano illusori e come ciò che l’uomo comune crede la realtà non sia altro che il velo dipinto dietro il quale si cela qualcosa di assai più complesso, misterioso,  affascinante e terribile.

Leggere il libro di Maurizio Cavallo mi ha richiamato irresistibilmente alla mente la famosa immagine di Camille Flammarion, in cui il saggio getta uno sguardo oltre l’orizzonte limitato del cielo notturno per scoprire altre stelle e altri mondi.

Se alcuni dei temi trattati nelle pagine di  Fulgori dall’Abisso sono quelli noti agli occultisti,   come il Re del Mondo, la Terra Cava, o Shamballa, la realtà rivelata dall’Autore è al tempo stesso più remota e più vicina al nostro mondo.

Addentrandoci nel racconto e seguendo il protagonista nel suo errare tra varie dimensioni esistenti contemporaneamente l’una accanto all’altra, scopriamo un universo molteplice, un multiverso, o una realtà implicita – per usare i termini cari al fisico David Bohm – le cui dimensioni si dispiegano di fronte a colui la cui frequenza vibratoria sa adattarsi a quella dei luoghi visitati.

Che senso ha parlare di Terra cava? Si chiede Maurizio con graffiante ironia. Non è in qualche anfratto della crosta terrestre così come appare ai nostri sensi limitati che troveremo la reggia del Re del Mondo. Questo luogo, né mitico né simbolico, giace nelle pieghe di un altro petalo della rosa che metaforicamente rappresenta il multiverso. Perciò tutti i viaggi di esplorazione dei territori himalayani sono inutili. Anche chi casualmente sfiorasse uno dei portali dimensionali presenti nella nostra realtà quotidiana, non potrebbe mai varcarlo senza un invito venuto da altrove.

Ma il privilegio di scoprire ciò che si cela nelle pieghe del tempo e dello spazio va pagato con la perdita di ogni punto di riferimento e con un doloroso disincanto nei confronti di tutte le teorie filosofiche, scientifiche e di tutti i dogmi religiosi vigenti nel nostro mondo. L’autore di Fulgori dall’Abisso ha scoperto molto presto la terribile solitudine cui è condannato colui che torna dietro il velo dopo aver ammirato altri orizzonti.

Se il sapere acquisito da Jhlos a così caro prezzo ha fatto sparire dal suo animo le rassicuranti certezze legate alla personalità con la sua vita, il suo passato e il suo futuro (ogni traccia di me e di mio ), l’esperienza lo ha liberato dal timore della morte. L’Ade non è se non il perdurare  del sogno di falsa realtà di cui presto l’umanità si dovrà liberare per recuperare quel terzo serpente, quella elica di DNA di cui i creatori l’hanno saggiamente privata in passato perché contiene il segreto dell’immortalità

Florinda Balli

Maurizio Cavallo, Fulgori dall’Abisso, Verdechiaro Edizioni

Il metacorpo: per ricordare chi siamo (ed evitarci qualche errore di troppo)

L’uomo non ha solo un corpo fisico, ma é dotato anche di un involucro di energie sottili. La nozione, tramandata soprattutto in oriente, ma nota a mistici, esoteristi, filosofi, pensatori e ricercatori di ogni cultura, ha raggiunto l’occidente con la teosofia alla fine dell’800 e con la New Age negli anni ’70 del 900.Oggi il tema viene affrontato con profondità particolare e all’interno di un sistema (di sistemi) logico e motivato, in un libro di recente pubblicazione: “Il Mediatore. Il ponte dimenticato tra anima e corpo”.Per l’autrice, Giovanna di Montejaisi, le quattro dimensioni che ci compenetrano, conformano e condizionano fungono da ponte tra corpo ed anima, rendendo possibile quell’interazione che altrimenti non potrebbe esistere. Già… Chi ci aveva pensato?

 

Giovanna ci accoglie nella sua casa, un’oasi imprevedibile, verde e tranquilla, non sfiorata dalla frenesia milanese.  Lei è una donna esile, ma abitata da una forza tangibile (non per niente ha superato patologie come la sindrome di Simmons e due tumori al seno).

– Come è nato il suo libro?

– Con un’altra nascita…Tutto è cominciato con l’arrivo di una bambina, che si è catapultata giù decisamente inattesa –racconta- Partorirla mi avrebbe procurato un trauma alla colonna individuato solo dopo anni di sofferenza. Una diagnosi così tardiva avrebbe comportato un periodo altrettanto lungo di riabilitazione, non propriamente una passeggiata: da invalida a convalescente  un miglioramento c’era, ma legato a una rabbia profonda che mi covava dentro (allora non sapevo che la rabbia era solo energia mal direzionata). Per svaporarla avevo bisogno di dare un senso all’esperienza-dolore che continuava ad accompagnarmi. Dotata di una laurea in psicologia sociale da scienze politiche, avevo riempito la mia forzata inattività con una vera e propria ricerca sulle origine del dolore, e non certo per prima! Avevo cercato lumi nella psicologia, nella fisiologia (capendoci poco), nella filosofia, nella religione, persino nella parapsicologia, insomma in tutto quello che mi veniva in mente e tra le mani. Ma non trovavo mai nulla che mi spiegasse perché avevo perso le redini della mia vita a quel modo. Eppure un motivo doveva esserci, un motivo ed un fine. Inevitabilmente mi ero messa a pregare e, col tempo, la preghiera -di essere aiutata a capire- era stata esaudita. Sarei stata dressata su un percorso a ostacoli che comprendeva anche una buona piallata al mio temperamento scorpionico.

Il dressaggio cui Giovanna si riferisce consiste in quattro anni di istruzione medianica, vere e proprie lezioni a orari fissi, in parte notturni, a cui bisognava presentarsi pronti; al loro esaurirsi Giovanna chiede “alle istanze superiori” di poter condividere quanto appreso. Ha così inizio una attività di supporto alle persone totalmente gratuita, come le veniva consigliato.

Non ero nemmeno sulla guida del telefono, eppure chi aveva bisogno arrivava, per vie talmente traverse da spazzar via ogni possibile dubbio.“Il Mediatore” -nella sua veste finale- nasce da quanto appreso in quattro anni di apprendimento e sperimentato poi (oltre che elaborato) in sedici.  I miei master li ho presi sul campo…

– La sua attività potrebbe essere definita di cura?

Se lo sostenessi mio figlio, che è medico, mi toglierebbe la parola -protesta- Preferisco dire che offro  alle persone  la possibilità di utilizzare i risultati delle mie ricerche per contribuire alla “cura di sé” dal versante spirituale. E’ come mettere a disposizione l’energia mancante nel modo che ad ognuno si adatta meglio; poi  ognuno si cura da sé. Uso l’esempio del fenomeno chiamato sintropia: nell’eventuale stato di caos di un sistema aperto, l’immissione di energia dall’esterno può permettere il raggiungimento di un livello superiore di ordine. Nel momento del loro  massimo disordine, immettere energia nelle persone, che siano interiormente pronte, può dare risultati insperati per immediatezza ed efficacia: e quest’energia è la somma di quella ambientale sempre disponibile, e/o dell’energia della parola, e/o della ritrovata consapevolezza e/o della conoscenza che mi è stata, e ancora mi viene, riversata. Ho visto persone arrivare fardellate di pesi ed andarsene sulla nuvoletta (riuscendo poi ad  atterrare e decollare da sole).

– Per indicare vari punti e livelli del metacorpo lei usa termini assolutamente inediti, come Arco Matrice, Asse psichico e Thor, altri poco noti come “Stella Nucleo”o “Nimbus” ed alcuni più conosciuti, quali “Chakra”e “ Kundalini”, anche se poi li amplia.

– Mi sono documentata, ovviamente –spiega Giovanna- Ho cominciato a scrivere nel 1998 sino a riempire settecento pagine con parte del materiale raccolto nel corso degli anni. A quel punto non mi sono chiesta, come sarebbe stato logico, “Chi mi potrebbe leggere?” bensì “Chi mi potrebbe credere?”. La domanda era rivolta a me stessa, ma avrebbe ricevuto una risposta inequivocabile: non dovevo chiedere di credere, ma di ricordare.

Poiché ricordare presuppone aver dimenticato, mi ero messa sulle tracce delle antiche conoscenze che aderivano a quanto ri-appreso ed ho continuato a documentarmi sino al 2002.

-Vuol dire che in passato vi era una conoscenza del metacorpo che è andata perduta con gli anni ?

– E’ molto probabile ci sia stata un’epoca nella quale il mondo dello spirito era ben conosciuto. Il ricordo di questo sapere è sopravvissuto in tutte le culture, tanto che diversi autorevoli  studiosi l’hanno denominata Antica Tradizione. Lo dimostrerebbero, ad esempio, gli insegnamenti dei Rishi indiani e  della medicina tradizionale cinese, ben prima dell’era Cristiana,.

– E questi Rishi e taoisti avrebbero ereditato il loro sapere da civiltà ancora più antiche ?

– Penso proprio di sì, anzi, a mio parere, lavoravano già su una tradizione che si era affievolita! Non per nulla diversi aspetti del metacorpo, come insegnati nella cultura orientale –almeno, per come essa ci ha raggiunto- appaiono concentrati, con varie componenti dimensionali presentate come fossero una. Comunque anche l’ebraismo, il misticismo cristiano e il sufismo hanno contribuito a preservare il ricordo, anche se spesso il manto della ritualità ha prevalso sul contenuto. Era troppo al di fuori di un certo pensiero e di una certa vita e, soprattutto, rientrava nel non visibile, cioè nell’a-scientifico, quindi nel non esistente, pura fuffa. Ho letto in un libro (che non saprei citare) che a noi Occidentali l’antico sapere è pervenuto anche… tramite la superstizione, che nel suo etimo significa ciò che “super stat” , ossia che sta sopra, cioè che sopravvive.

Ma le antiche teorie stanno da tempo  riaffiorando, soprattutto grazie all’interazione tra metafisici americani e studiosi orientali negli anni ’80 ed al lavoro di ricercatori come Barbara Brennan e John Pierrakos. Oggi  cerco anch’io di dare il mio contributo.

– Tutti possono vedere il metacorpo ?

– Non bisognerebbe pensare in termini di “vedere” quanto di “percepire”.  I sensi interni infatti non hanno le stesse categorie e gli stessi parametri di quelli esterni, che sperimentano l’esistente da dietro una finestra strettina strettina. I sensi interni, che  ho rinominato facoltà animiche, permettono la comunione con l’intero, come prova chiunque pratica seriamente la meditazione: non si percepiscono le cose staccate da sé, si è dentro di esse. Lo chiamano olismo…

In ogni caso i sensi interni, che permettono di cogliere le dimensioni sottili, sono potenzialità del corredo individuale e sembrano eccezionali perché divengono utilizzabili solo evolvendosi, cioè alzando le proprie vibrazioni! Il che non configura soltanto essere ottimisti nè riesce a tutti, soprattutto oggi, con questa frenesia di cambiare strada senza offrire nessun sentiero.   Eppure le strade e i segni ci sono, da quelli insegnati dalle religioni ai vari percorsi, come il mio. Che non è certo l’unico, ma che è quello da cui sono entrata nel disegno e di cui conosco ogni pietra.

Il primo passaggio verso il metacorpo è lasciar cadere i pregiudizi e poi andare dentro, conoscersi, sino a ritrovare i doni natali; il secondo step sarebbe esprimerli a favore degli altri, uniformandosi  a quel disegno di armonia sotteso a micro e macrocosmo.

Chiediamo a Giovanna di parlarci del cambiamento epocale che prospetta nel libro, dove sostiene che il futuro renderà indispensabile ricordarsi del metacorpo e delle sue funzioni.

– L’avvicinamento del sistema solare all’eclittica della galassia e molti altri fenomeni cosmici previsti nel famoso 2012 non preannunciano la fine del mondo, ma preparano la trasformazione di un certo tipo di mondo: l’ingresso della terra in una zona a maggior concentrazione di energia farà sì che saremo tutti irradiati di più. Questo non dovrebbe danneggiarci, dato che siamo esseri spirituali dotati di un involucro (il metacorpo) tarato sull’elettromagnetismo di origine naturale. Non dovrebbe, sempre che le dimensioni sottili siano equilibrate e funzionanti. Ma lo sono, quando neanche se ne ricorda l’esistenza?!

Qui sta il busillis, come cerco di spiegare, in maniera piana e laica, ne “Il mediatore”.  In sintesi, chi è pronto, cioè in armonia con se stesso, con gli altri e con il pianeta, sarà in grado di gestire questo aumento di energia senza sballare, anzi rinforzandosi attraverso lo stesso incremento del flusso. Gli altri potrebbero ritrovarsi con più problemi, psicologici e somatici, di quelli attuali…

– E tutte le catastrofi di cui hanno scritto?

– Il pianeta, che è vivo e risonante, potrà reagire, anzi, lo sta già facendo, ma quello che sostengo è che il 2012 dovrebbe essere rivisitato come una tappa per orientarsi, un’occasione per allinearsi a un disegno che, come sostengono le religioni, è una storia di salvezza. E salvezza ha la stessa radice di salus, salute: quella fisica, ma -prima- quella spirituale.

–  Si ritorna al concetto di cura…

Uniformarsi (cioè darsi la forma dell’uno) è analogo al riunire consapevolmente anima, metacorpo e corpo e rappresenterebbe la prima cura di ogni incarnazione.

– Questa visione potrebbe andare a integrare le cure biomediche?

– Potrebbe… e senza pestare i piedi a nessuno. In antico non si diceva “extra spiritum nulla salus”? I miei libri vorrebbero contribuire a ridefinire lo spirito, con tutte le insperate libertà che il riscoprirlo comporta e vorrebbero essere una risorsa per ricordare e per evitarsi qualche errore di troppo. Un cartaceo invece di una pillola..

 

Published in: on 29 settembre 2011 at 20:36  Lascia un commento  
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La porta dell’infinito

È di recente pubblicazione l’autobiografia di Ettore de Gennis, guaritore, veggente e contattista dotato di capacità che hanno dell’incredibile.

Un libro illuminante per chi vuole conoscere le potenzialità dell’essere umano quando vengono liberate dai limiti individuali e collettivi. Per Ettore de Gennis l’evento liberatorio è decisamente traumatico in quanto si tratta dello scoppio di una bomba che lo scaglia in aria nel lontano 1944. In quel momento l’allora giovanissimo soldato vive un’uscita dal corpo e una miracolosa guarigione da ferite diagnosticate come mortali dai medici militari. Dopo la guerra, de Gennis parte per il Brasile dove lavora per un periodo di alcuni anni. La natura esuberante dei tropici lo entusiasma, ma intrighi politici locali non gli permettono di stabilirsi definitivamente nel Paese. Di ritorno a Roma riceve le prime prove dei doni che il trauma subìto durante la guerra ha risvegliato. Nell’opera autobiografica “La porta dell’infinito” pubblicata recentemente dall’editrice Verdechiaro, de Gennis racconta come l’apparizione di un UFO, alla finestra del suo ufficio, con la chiara percezione del messaggio “Siamo qui per te”, abbia segnato l’inizio della sua “carriera” di guaritore e veggente.

Presto inizia a raccogliere intorno a sé persone desiderose di beneficiare dei suoi doni e di partecipare agli eventi straordinari che la sua presenza attira. Fonda successivamente Cenacolo  81, poi Vangelo 2000, di cui fa parte anche l’astrofisica Giuliana Conforto. I gruppi da lui diretti hanno il privilegio di assistere a più riprese a fenomeni straordinari tra cui apparizioni di UFO in gran numero, luci che inspiegabilmente rischiarano la notte, immagini come “La porta dell’Infinito” che compaiono altrettanto inspiegabilmente nelle foto scattate con macchine polaroid puntate verso il sole, apporti di oggetti e altro ancora. I più sensibili tra i suoi compagni captano messaggi dai “fratelli dello spazio” e ne ricevono ammonimenti e consigli sia per quanto concerne la loro vita personale sia sulla condotta da adottare per tutta l’umanità .

I doni di guarigione, che mette con straordinaria generosità al servizio di chi lo avvicina come anche di persone lontane, sono per Ettore de Gennis solo un’occasione di manifestare quell’amore per tutti gli esseri che è per lui la condizione fondamentale del risveglio dell’essere umano. “Il mio interesse è risvegliare le coscienze” scrive “guarire il corpo è la naturale conseguenza”.

Stupefacente è anche la capacità di bilocazione che gli permette in un’occasione di essere veduto da vari conoscenti, seduto tra gli invitati a una nota emissione televisiva alla quale aveva rifiutato di partecipare. Lui stesso non ebbe coscienza del fenomeno e gli spettatori che lo videro rimasero sorpresi per il fatto che il conduttore non gli rivolgesse mai la parola.

Il libro di de Gennis è una fonte di stupore e un’occasione per riflettere sulle capacità della coscienza umana, oltre che un incitamento a manifestare quell’Amore universale che i “Fratelli dello spazio” indicano all’uomo come unica via verso la salvezza.

 

Ettore de Gennis, La Porta dell’Infinito, Edizioni Verdechiaro

Conoscersi per realizzarsi

Non vi è piena realizzazione di se stessi senza autoconoscenza. Adriana Simeoni, studiosa e scrittrice romana, offre ai lettori un libro in cui le teorie psicologiche e spirituali vanno di pari passo con gli esercizi pratici.

Il nuovo libro di Adriana Simeoni, studiosa romana che ha integrato gli studi di psicologia, specializzandosi in Comportamentismo, Piscosintesi e Logoterapia, porta un titolo che incuriosisce : “GLI INFINITI POTERI DELL’IO – Autorealizzazione e Autotrascendenza – Guida teorica e pratica“. In copertina, una riproduzione del quadro di G. Friedrich  “Il viandante sul mare di nebbia“ mostra una figura solitaria che, dall’alto di una roccia, contempla la pianura sottostante. Così, dice Adriana Simeoni, la coscienza, l’Io, deve arrivare a contemplare e a dominare le parti secondarie o periferiche della personalità.

L’autoconoscenza è indispensabile a chi voglia vivere pienamente, non a caso sul Tempio dell’Oracol a Delfi si leggeva questa scritta : “In te si trova occulto il tesoro degli Dei, Oh Uomo, conosci te stesso, e conoscerai l’universo e gli Dei”.

Adriana Simeoni si ispira come detto a Roberto Assagioli, fondatore della Psicosintesi e a Viktor Frankl, il cui metodo, la Logoterapia, (da non confondere con il lavoro sulla parola) si appella a un Logos, una parte superiore della psiche umana che si potrebbe paragonare a un maestro interiore che sa molto bene ciò di cui abbiamo bisogno e ciò di cui siamo capaci. Tutti noi possiamo perfezionarci a più livelli facendo appunto ricorso a questo Io, .

L’Io, o Coscienza, precisa l’Autrice, non è il Superio di Freud, che fa invece parte della personalità inferiore e contiene tutte le norme sociali e morali del “si fa” e del “non si fa”.  L’Io  superiore può a volte spingerci persino ad andare contro le convenzioni: non è  l’io quotidiano, bensì un io che, dice Assagioli, domina le parti più basse o periferiche della personalità che sono soltanto espressioni parziali di ciò che siamo.

Il lavoro di autoconoscenza non richiede né studio particolare né lunghi periodi di isolamento, scrive Adriana Simeoni, basta un impegno minimo ma regolare che strappi circa dieci minuti ogni giorno alla vita frenetica e rivolta al “fuori” cui quasi tutti ormai sono costretti.  Gli esercizi proposti cominciano con un rilassamento e prevedono poi vari tipi di lavoro, dalla visualizzazione all’affermazione, o alla meditazione che porta al contatto con la coscienza, l’Io, o il maestro che  ha il potere di trasmutare le energie personali portando a un cambiamento anche profondo del modo di essere e di comportarsi.

Gli infiniti poteri sono presenti in ciascuno, ma ciascuno è libero di intraprendere un percorso più o meno lungo e più o meno impegnativo. Si va dalla correzione dei difetti e debolezze alla piena realizzazione delle proprie potenzialità e, come detto nel titolo, si arriva  all’autotrascendenza. Quest’ultimo tratto del sentiero implica la trasmutazione delle energie secondo  i dettami dell’Alchimia spirituale che conduce l’uomo al contatto con lo spirito.

In quest’ultima parte del volume Adriana Simeoni si scosta dalla psicologia in senso stretto per invitare il lettore ad aprirsi alla dimensione del traspersonale, un percorso che richiede coraggio e volontà poiché dagli affetti quotidiani si passa all’amore universale, dall’intelligenza terrena alla saggezza e dal proprio progetto di vita individuale alla fusione con la volontà divina per giungere a intravedere l’eternità.

A queste mete che possono anche spaventare, il lettore viene condotto gradatamente e con mano gentile. Anche perché le tappe non si possono saltare e non vi è possibiltà di arrivare allo spirito se prima non si è fatto un certo ordine nella propria vita quotidiana e nei propri rapporti con il partner, con i familiari e con i colleghi di lavoro.

 

Adriana Simeoni, “Gli infiniti poteri dell’’Io”, Edizioni Terre Sommerse

Alle sorgenti del tempo

Quando intervistai Maurizio Cavallo, molti anni fa (vedi “Viaggo e trasformazione” nella sezione Articoli di questo sito),  ebbi l’impressione che fosse ancora intento a elaborare un’esperienza che all’osservatore esterno poteva anche sembrare affascinante e invidiabile, ma che per lo stesso interessato era stata assolutamente sconvolgente e non solo per i drammatici cambiamenti che aveva portato nella sua vita, ma anche e soprattutto perché aveva fatto piazza pulita di quei luoghi comuni e di quei i concetti che noi tutti, coscienti o meno, diamo per scontati e che riguardano il mondo, la realtà, la vita e il nostro destino di esseri umani.

“Nei primi tempi ho persino avuto la tentazione di suicidarmi” mi confessò per darmi un’idea dello smarrimento in cui era piombato subito dopo l’abduction.

A quei tempi Jhlos affidava soprattutto alla pittura e alla musica i suoi ricordi, i suoi pensieri e i suoi sentimenti. Non temeva tanto di suscitare incredulità e ironia quanto di diventare suo malgrado un guru, ruolo che gli esseri da lui incontrati non gli avevano assolutamente affidato.  Nonostante tutto accettò di scrivere per Mutamenti alcuni testi (vedi, sempre nella sezione Articoli, “I Templari e i Teschi di Cristallo”) in cui lasciava intravedere il sapere che aveva acquisito attraverso il contatto con una realtà molto diversa dalla nostra. Gli esseri che lo avevano rapito continuavano infatti a parlargli, a incontrarlo a volte fissandogli veri e propri “appuntamenti” durante i quali riceveva un’istruzione intensa quanto stravolgente.

Negli anni successivi Maurizio ha rotto il silenzio pubblicando “Oltre il Cielo” un libro in cui narra la sua “abduction” e descrive alcuni dei contatti avuti in seguito con i clariani. Il libro ha riscosso un notevole successo ed è stato tradotto in varie lingue tra cui l’inglese, il francese e il giapponese. Recentemente è uscita una seconda opera di Maurizio Cavallo, intitolata “Alle sorgenti del tempo”, dove l’Autore riprende la narrazione della sua avventura “extraterrestre” (ma è difficile parlare di luoghi quando si fa riferimento a esperienze del genere) descrivendo un nuovo incontro con gli alieni che lo conducono a bordo del Kethos, un mezzo di trasporto spazio-temporale, per scoprire l’essenza stessa del tempo e della realtà in cui tutta l’umanità è immersa.

In compagnia dei suoi istruttori e in particolare del clariano Suell, Maurizio scopre via via la storia stessa dell’umanità, del pianeta Terra e dell’universo. Viene portato alle radici di tutto ciò che noi consideriamo comunemente realtà, comprende le origini dell’illusione temporale e sperimenta in pratica una dimensione di “eterno infinito presente” simile allo stato descritto da certi mistici. L’uomo di oggi si deve risvegliare dall’illusione del tempo lineare, in perpetua fuga dal futuro verso il passato, e deve prendere coscienza che “tutto è qui e ora”  per sfuggire finalmente alla sofferenza e alla paura della morte. Solo allora potrà andare incontro al destino di serenità e di pace che lo attende.

Florinda Balli

Maurizio Cavallo Jhlos, Alle sorgenti del Tempo, Edizioni Verdechiaro

Vivere la Kabalah

Le Sephirot, o "Luci" nel corpo unano

Parlare di Kabalah, uno degli aspetti più misteriosi del misticismo ebraico, può a prima vista sembrare complicato.  Il termine “cabalistico” evoca di per sé qualcosa di astruso e di difficilmente spiegabile in termini concreti.  Tuttavia la Kabalah può applicarsi a infiniti ambiti: dalle più elevate visioni del cosmo alle realtà più quotidiane e concrete, proprio perché nella realtà spirituale non vi è differenza tra “grande mondo” universale e “piccolo mondo” individuale. Ne parliamo con Adriana Simeoni, studiosa di psicologia, cultrice di esoterismo e autrice di un libro di recente pubblicazione dedicato appunto alla Kabalah.

La Kabalah è legata ai grandi miti della creazione, alla magia, all’Alchimia. Per quale motivo affascina anche chi, come te, si interessa di psicologia?
La psicologia è veramente una scienza affascinante che può toccare gli antri più profondi e le vette più alte dell’essere umano e del cosmo (microcosmo e macrocosmo). Naturalmente dicendo questo non mi limito allo studio psicologico riconosciuto dalla scienza ufficiale, ma lo estendo a quello che ognuno singolarmente può portare avanti riconoscendo e sviluppando le proprie possibilità intrinseche. L’ampliamento di coscienza che ne deriva ognuno lo avrà effettuato per conto proprio e questo studio è quello che viene chiamato “esoterico” (dal greco esoterikos = interno), riguarda lo sviluppo delle capacità dell’individuo di conoscere sempre più se stesso e il mondo che lo circonda. L’ampliamento di coscienza ci porta a vivere diversamente la nostra vita quotidiana, non più a sopportare e a reagire ciecamente alle avversità, ma a considerarle come gradino di risalita di una scala evolutiva e quindi ad agire in maniera positiva; il nostro comportamento non sarà più quello egoistico, ma riguarderà il bene nostro, degli altri e della natura. Tramite lo studio della Kabalah si acquisisce la consapevolezza che la Vita è immortale, la consapevolezza che è proprio l’essere umano a portarla avanti, e che, se si agisce per un bene collettivo, le azioni sono oggettivamente valide per la vita in sé, altrimenti si matura un karma negativo, che poi bisognerà azzerare.
In natura tutto si trasforma (Laviosier) e magia e alchimia sono discipline che possono regolare questa trasformazione che diversamente, pur avvenendo, si realizzerebbe in maniera inconscia e in tempi molto più lunghi. Il mago è colui che sa e vuole trasformare coscientemente le energie che sono in natura e può trasformarle sia per cose egoistiche (magia nera) e sia per il bene del mondo (magia bianca). L’alchimia ci indica come poter trasformare, purificare e anche sublimare le energie che sono in noi e nel mondo. Ci insegna praticamente a portare le energie da dense, istintuali ed egoistiche ad energie spirituali, cioè come trovare l’oro nei metalli (o essenza incorruttibile), l’oro nell’essere umano (o il Sé), L’Elisir di Lunga Vita nel cosmo (o Essenza Creatrice). Esempio colui che vuole e sa trasformare le energie della propria indignazione e sa adoperarle in maniera adeguata per combattere le ingiustizie, per essere più forte del male, per diffondere serenità o per migliorare il mondo, è un mago bianco; se invece le trasforma per raggiungere traguardi egoistici suoi personali o personali di altri, è mago nero. L’essere umano, divenuto cosciente delle proprie possibilità, collaborerà con la “Grande Opera”, come dicono gli alchimisti, cioè collaborerà con la Vita Una, lavorerà per l’economia generale dell’universo: armonizzerà gli opposti, smusserà la pietra angolare, diffonderà armonia, gioia e luce ovunque si trovi.

E’ esatto che certe verità espresse dalla Kabalah hanno trovato conferma nella fisica e nella biologia?
La Cosmogonia cabalistica presenta dei lati molto vicini alle più moderne teorie scientifiche. Il Big-Bang è stato descritto dai cabalisti centinaia di anni fa, quello che loro hanno chiamato “Tzim-Tzum”. La teoria che è detta dai cabalisti “frammentazione dei recipienti” fu chiamata dagli scienziati “particelle subatomiche”. La creazione ex nihilo (dal nulla) è ormai riconosciuta dalla fisica quantistica. La possibilità di trasformare la materia in luce è da sempre uno degli assiomi fondamentali della Kabalah, come pure sapere che il mondo è fatto di luce, teoria dei fotoni, cioè da particelle luminose da cui poi sarebbe emerso il cosmo. E, continuando, all’interno del Tabernacolo, costruito dagli israeliti nel deserto per ospitarvi l’Arca dell’Alleanza, cofano contenente le Tavole sulle quali era scritta la Torah, avveniva un miracolo che sembrava inspiegabile: l’Arca, che veniva posta nella parte più interna del Tabernacolo, il Sancta Sanctorum, pur essendo visibile, non occupava spazio e le misure del Tabernacolo, prese con l’Arca o senza erano le stesse; oggi la teoria della relatività ha spiegato come un campo energetico, estremamente intenso, quale quello dell’Arca, possa curvare lo spazio facendo letteralmente sparire in sé determinati oggetti.
I minerali della terra, gli astri del cielo, le parti del corpo fisico, i numeri, le lettere, le parole, i nomi rappresentano determinate forze e non altre che sono nel cosmo, e studiando la Kabalah che si interessa della creazione, scopriremo tutti i collegamenti e i rapporti che ci sono fra noi, il cielo e la natura. Scopriremo che la monade che Leibnitz definisce come un punto metafisico, un centro di energia spirituale, privo di estensione, indivisibile, colmo di vita, di attività e forza incessante, sia quanto i cabalisti affermano di Kether (Prima Sephirah), il prototipo di ogni realtà fisica, psichica e spirituale. Anche la concezione fisico–matematica di un elettrone che occupa la totalità dello spazio, sembra essere l’esatto corrispondente della concezione cabalistica di Kether.
Nel The Misterious Universe scopriamo che James Jeans scrive: “Ciò dimostra che un elettrone deve occupare in un certo senso almeno la totalità dello spazio…. E gli scienziati, Faraday e Maxwell, immaginarono una particella elettrificata emanante linee di forza per tutto lo spazio… e via dicendo. Molte altre corrispondenze ancora ci sarebbero da enunciare, ma che verranno scoperte andando avanti nello studio della Kabalah.

Come possiamo, noi che viviamo in una società frenetica e consumistica usare la Kabalah come mezzo di elevazione?
Anche in questa società frenetica è doveroso cercare di ritagliarci un piccolo spazio, necessario per la nostra evoluzione e che dovremmo portare avanti come prima cosa in maniera voluta e cosciente. La mattina appena svegli, a costo di mettere la sveglia dieci minuti indietro, o la sera prima di andare a letto, possibilmente sempre alla stessa ora, come un vero impegno con noi stessi, e gli impegni presi con noi stessi sono i più importanti da rispettare, perché solo loro ci danno la possibilità di capire di più noi stessi (conosci te stesso e conoscerai il mondo –Socrate-), facciamo dieci minuti di riflessione che dedicheremo a riguardare il nostro comportamento quotidiano e ad osservare attentamente, senza scuse, se ci siamo comportati secondo i valori che ci indicano le Sephiroth. Le Sephiroth sono le Luci, le forze dell’Anima, i Numeri (o Leggi) che regolano il mondo e la nostra vita. Esse formano “l’Albero della Vita”, che con i suoi sentieri, ci indica il cammino di risalita verso l’Unità. L’Albero della Vita è un simbolo composito che rappresenta tutta la creazione secondo la Kabalah (Tradizione). Le Sephiroth, sono le forze che corrispondono a determinate parti del nostro corpo, della nostra psiche, della mente e del nostro spirito. I medici di un tempo, studiosi di Kabalah, pronunciando il nome della Sephirah preposta alla parte del corpo dolorante, riuscivano a curare il paziente, essi, però, conoscevano le vibrazioni di tale nome, vibrazioni che possono essere conquistate solo da colui che è in sintonia con la natura e che è onesto e veritiero.
Studiando il valore, la storia, la forma delle Sephiroth e valutando la posizione di queste sull’Albero, che sono poste in ordine successivo di emanazione, noi possiamo conosceremo il grado di realizzazione di queste in noi e nel mondo che ci circonda e possiamo conoscere la strada da percorrere per raggiungere le vette dello spirito. Queste forze sono: Volontà (Kether), Saggezza (Hokhmah), Intelligenza (Binah), Amore (Hesed), Severità (Ghevurah), Bellezza (Tiphereth), Vittoria (Netzah), Splendore (Hod), Fondamento o Verità (Yesod), Regno (Malkuth).
Cerchiamo ora di fare un esempio per delineare la risalita delle forze della nostra anima. Partendo dallo stato in cui siamo sicuramente abbiamo potuto notare che, in determinati momenti, si fa sentire in noi il desiderio di comprendere qualcosa di più della vita e, se ci soffermiamo a voler capire meglio, vediamo che in noi giocano tante forze: i sogni, le immagini, la fantasia, le forze della psiche, degli astri, le forze inconsce, gli archetipi e via dicendo, tutte espressioni che ci spingono a voler capire di più rispetto a ciò che appare nella vita. Ecco che, se riusciamo a non bloccarle, ma anche a non esserne dipendenti, queste forze ci spingono a percorrere il primo sentiero (il primo per la risalita delle energie umane, ma l’ultimo rispetto alle energie dell’emanazione), cioè la Tav, i sentieri sono le lettere dell’Aleph-Beth, o alfabeto ebraico, questo sentiero ci porterà a Yesod; Sephirah che vuol dire fondamento, vuol dire conoscere le nostre basi e ci insegna a divenire veritieri perchè la verità è il fondamento della Vita Vera; la ricerca della verità in noi ci aiuterà ad andare avanti nella ricerca della “Verità Una”. Questo lavoro, fatto su noi stessi, ci porterà al secondo sentiero. Il secondo è quello dalla lettera Shin che vuol dire fuoco, luce e ci introdurrà nella Sephirah di Hod, Splendore. Il nostro desiderio ora si fa più sentito, più autentico e veritiero e qui troveremo il Maestro giusto, adatto al momento evolutivo che attraversiamo, questi ci darà il “la”, “l’imput” per andare avanti, fin tanto che non troveremo il vero Maestro, che è quello interiore. E, raggiunta la Sephirah più alta, saremo uno con Lui. Questo studio e questo lavoro su noi possiamo e dobbiamo farlo, soprattutto perchè questa vita è frenetica, bastano dieci minuti al giorno di riflessione e possiamo veramente cambiare la nostra vita, perché essa è rivelatrice a noi stessi delle grandi possibilità che sono in noi.

Che cosa può portare lo studio della Kabalah all’uomo e alla donna di oggi?
Abbiamo avuto modo di dire, rispondendo alla prima domanda che lo studio della Kabalah ci porta a capire di più la vita e ad agire di conseguenza. Capendo che la Vita è Una e che tutto è collegato arriveremo a renderci conto che agendo per il bene di questa, agiamo per il vero bene nostro. Una volta presa coscienza di ciò, senza accorgercene, noi agiremo diversamente di fronte alle situazioni, saremo più decisi ad agire secondo coscienza, in nome di un bene comune. R.Assagioli, medico, psichiatra e psicoanalista, fondatore della psicosintesi, diceva che bisogna essere schiavi della propria coscienza e padroni della propria volontà. Agire secondo coscienza significa agire secondo quello che noi riteniamo giusto, leale e onesto nei riguardi di tutti indistintamente. E anche se la nostra concezione del giusto e del vero è ancora limitata, esercitandoci ad agire con coscienza, dandole credito, facendola essere sempre più presente in noi, questa si amplierà, si rafforzerà e noi acquisiremo sempre più attenzione verso il nostro modo di agire e  maggiore discernimento fra bene e male e, soprattutto, acquisiremo sempre più quella forza di volontà necessaria ad affermare ciò che riteniamo giusto. Per affermare le cose giuste nei riguardi di tutti bisogna essere forti ed equilibrati, spesso anche andare contro i nostri desideri personali, ma non è un traguardo troppo difficile se veramente desideriamo essere migliori. Le lettere dell’alfabeto ebraico e le Sephiroth  indicano i traguardi che l’essere umano deve raggiungere. La Kabalah è basata proprio sul valore delle dieci Sephiroth e su quello delle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico, la cui forma e valore risale alle Tavole ricevute da Mosè sul mante Sinai, e che insieme costituiscono i trentadue sentieri necessari all’energia creatrice per arrivare a noi, e necessari all’energia di ritorno per risalire all’Unità. Risalendo questi sentieri, noi saremo sempre più all’altezza di ricevere nuova energia e nuova luce. Come già detto, ravvivando e realizzando nel nostro comportamento il valore di ogni Sephirah, acquisiremo sempre più le virtù, la forza e i valori che esse rappresentano. Ampliando la nostra coscienza, noi saliremo l’Albero, come se fosse la scala di Giacobbe, diventeremo sempre più omnicomprensivi, vedremo sempre più chiaramente il modo giusto di comportarci e saremo sempre più in pace e in armonia con noi stessi e con il mondo.

Adriana Simeoni, Kabalah, una via per raggiungere la divinità. Edizioni Terre Sommerse

Published in: on 22 gennaio 2010 at 10:38  Lascia un commento  
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Paola Harris, due libri per parlarci di una nuova realtà

 

Paola Harris, una delle pochissime donne ad essersi fatta un nome nel mondo essenzialmente maschile degli studiosi del fenomeno UFO, definisce il proprio lavoro come “networking”, un tessere instancabilmente rapporti tra persone, luoghi, punti di vista. Un’ opera squisitamente femminile, direbbe Carl Gustav Jung secondo il quale questa attenzione alle relazioni è uno dei punti di forza della donna. Oggi Paola si dedica essenzialmente all’Esopolitica, che costituisce il più moderno sviluppo della ricerca nell’ambito dei contatti con gli alieni.

Ciò che colpisce quando si incontra Paola è il suo calore, la sua sincerità e il suo entusiasmo. Leggendo le interviste che ha raccolto tra tante personalità del mondo ufologico non si può non ammirare la sua capacità di farsi da parte, di accogliere l’altro, anche quando non ne condivide pienamente l’opinione. Una modestia molto rara nel panorama ufologico, dove le scuole di pensiero sono molte e i protagonisti spesso si affrontano con aperta ostilità.

Paola ha pubblicato recentemente un nuovo libro, intitolato appunto “Esopolitica. È già nel vento” in cui tratta, con saggi e interviste, della presenza aliena tra noi. Inoltre ha curato una riedizione di un’opera meno recente, “Il mistero svelato”, dedicata alla storia dei suoi primi passi proprio nello svelamento nel mistero degli oggetti volanti non identificati.

“Ho sempre avuto l’impressione di essere guidata” scrive la giornalista in questo primo libro, parlando della sua carriera. Bisogna ammettere infatti che non è un percorso scontato quello di questa italo-americana che da anni fa la spola tra Roma e gli Stati Uniti.

Tutto comincia quando, divorziata con due figli, decide insegnare letteratura inglese in una scuola del Colorado. Darà un corso sui classici della fantascienza. L’entusiasmo degli studenti fa da contraltare ai timori del pastore locale che vede in quelle pagine l’influenza del demonio. Ma Paola non si ferma alla letteratura: circostanze fortuite (o la guida invisibile che sente presso di sé) le fanno incontrare lo scienziato Allen Hyneck, esperto di avvistamenti UFO e consulente di Geoge Lucas per il film “Incontri Ravvicinati”. Hyneck diventerà suo amico mentore in campo ufologico. A questo primo incontro significativo per la vita della giornalista ne seguono altri e in particolare quelli con due personaggi misteriosi che hanno entrambi trascorsi di appartenenza ai servizi segreti americani: il colonnello Philip Corso e il dottor Michael Wolf.  Grazie a loro gli interessi di Paola Harris, legati inizialmente solo agli aspetti tecnici e scientifici dell’ufologia (viti e bulloni secondo la definizione in gergo ufologico) si estendono agli ambiti multidimensionali della realtà e a una visione spirituale dell’uomo e del suo destino.

Paola è oggi portavoce di coloro che, come lo psichiatra John Mack, recentemente scomparso, credono che la realtà sia diversa e più complessa di quanto ci è stato insegnato. Solo trasformando il proprio modo di vedere il mondo, afferma Mack, l’essere umano potrà salvare se stesso e il pianeta dalla catastrofe. Significativa è l amicizia che ha dimostrato a Paola Harris Monsignor Corrado Balducci, prelato, esorcista e appassionato di ufologia.È molto probabile che le prese di posizione di Monsignor Balducci, da poco scomparso, non siano estranee alla recente apertura del Vaticano verso chi crede nell’esistenza di extraterrestri.   Tra le personalità intervistate o citate da Paola Harris figurano medium famosi come Uri Geller,  Phyllis Schlemmer, o  il belga Pascal Riolo. Questi esseri particolari, con la loro sensitività, sono dei ponti verso altre dimensioni, dei messaggeri di un mondo più ricco e complesso.

Anche i protagonisti di “abduction”  sono stati messi a confronto, spesso in modo traumatico, con gli aspetti sconosciuti della realtà. Paola li avvicina con grande interesse e rispetto. Ascolta i loro racconti, stimolandoli con domande intelligenti. Notevole è la testimonianza dell’italiano Maurizio Cavallo, intervistato in passato anche da Mutamenti (vedi archivio), che racconta le sue sconcertanti esperienze di incontri ravvicinati, a volte accompagnati da fenomeni di distorsione del tempo. Maurizio testimonia della presenza tra noi di esseri non umani di razze diverse,  le cui intenzioni sembrano essere benevole.

Questi esseri tentano di comunicare con l’uomo attraverso messaggi telepatici o anche tramite  complessi disegni realizzati nei campi di grano, o misteriose apparizioni di vascelli luminosi nei cieli di tutto il mondo. La terra è chiamata a un risveglio, affermano gli studiosi di Esopolitica. Sta per concludersi il tempo di esilio al quale l’umanità bambina era stata condannata dagli altri esseri che popolano le galassie. Se ciò avverrà, ha detto John Mack in una delle ultime interviste concesse a Paola Harris per il libro “Il Mistero Svelato”: “Diverremo capaci di condividere le nostre esperienzie con tutti gli esseri viventi e tratteremo finalmente la natura con rispetto e senza violentarla. Saremo in grado di identificarci con altri popoli, religioni e con gli animali senza più considerarli mercati da sfruttare e prodotti da vendere e consumare e, soprattutto, ci renderemo conto di essere connessi col Divino, con un Principio Creativo immensamente più appagante di qualunque bene materiale”.

 Florinda Balli

Paola Harris, Il Mistero Svelato, Edizioni Verdechiaro

Paola Harris, Esopolitica Edizioni Verdechiaro

Published in: on 21 dicembre 2009 at 10:11  Comments (1)  
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