APRUA: nessuno può cambiare la tua vita se non te stesso

Nata di recente, l’Associazione APRUA opera in Ticino e in Italia. Il nome è l’acronimo di Associazione Per una Responsabilità Umana in Azione. Tra i suoi scopi c’è l’organizzazione di seminari, incontri e percorsi che favoriscano nei partecipanti una maggior consapevolezza dell’interazione fra corpo, mente ed emozione  nell’assumere le proprie responsabilità e nel determinare le proprie azioni sviluppando nuovi modi di vivere .

« Al di là dell’acronimo, mi piace che il nome suggerisca l’idea di quel piccolo spazio poco protetto quel punto di presente proteso in avanti » dice Bruno Balestra, ex-procuratore pubblico e uno dei principali fondatori dell’Associazione. «Perché, anche se è vero che un’imbarcazione si guida da poppa o dal pozzetto centrale, nei momenti difficili, quando c’è nebbia o quando si è in mezzo a scogli o bassi fondali, è importante che ci sia qualcuno a prua per segnalare il pericolo ».

« L’idea di creare un’associazione che promuova la responsabilità ha, per me, sicuramente origine dall’esperienza professionale vissuta come magistrato, dal confronto con tante regole, realtà e culture e dalla successiva formazione in neurosemantica (disciplina che aiuta a comprendere il ruolo delle emozioni nella formazione dei significati che associamo a parole e situazioni). La collaborazione, fin dal suo inizio  con l’”Associazione sulle Regole”, (fondata in Italia da Gherardo Colombo, il magistrato milanese del pool di Mani Pulite) che tiene incontri  nelle scuole, nei Comuni, per associazioni e enti allo scopo di sensibilizzare giovani e meno giovani sul senso delle regole e sulla loro importanza, ha sicuramente rafforzato lo stimolo di sviluppare un approccio che possa essere integrativo e complementare nei contenuti e nei metodi ».

«  Proprio perché profondamente convinto della necessità di regole, credo sia necessario acquisirne nella pratica un significato diverso, non più quello di norme esterne più o meno immanenti create e imposte da altri, ma quello di modalità di relazione realmente condivise, costruite di volta in volta in un processo di relazione e comunicazione, perché la vita è relazione ».

«  Con alcuni amici di esperienze e formazioni diverse, abbiamo costituito la nostra associazione, focalizzata sul concetto di responsabilità, una responsabilità che cerchiamo di osservare da più prospettive cercando di aggiornarci sulle conoscenze e opere più recenti sul “funzionamento” dell’essere umano e di conseguenza dell’organizzazione del convivere. Arricchirci di altri punti di vista ci permette di scoprire nuovi significati. Ad esempio; si sente dire frequentemente che l’una o l’altra persona hanno perso la dignità, sono divenuti indegni, si tratta del refuso di vecchie abitudini mentali che non rispettano il  concetto di  “dignità dell’essere umano ”, così come è enunciata nel primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. In questa dichiarazione, che molti conoscono di fama, ma che pochi hanno letto, si fa riferimento ad una dignità innata, intrinseca all’essere umano che è pertanto inalienabile e  non può esser persa. Accettare fino in fondo questo concetto significa uscire dalle logiche del giudizio sul diverso, dell’omologazione e della competizione che sono difficili da abbandonare nella misura in cui mettono in discussione un sistema ».

« Rendersi conto di quanto noi siamo profondamente parte del sistema, come evidenziano le scoperte scientifiche degli ultimi decenni, ci conduce forzatamente a un ulteriore cambiamento di paradigma nel rileggere la storia della nostra vita e quella dell’umanità. Ci porta e cercare nuovi modi di vivere e convivere in una realtà assai più complessa e affascinante della semplice visione lineare e dualistica che ci ha abituati a dividere gli avvenimenti in giusti o sbagliati secondo una logica meccanicista di causa effetto. Il riconoscimento concreto della dignità dell’altro può allora diventare la via per permettere a ognuno di vivere e realizzarsi arricchendoci tutti. Occorre però uscire dall’abituale meccanismo di voler cambiare la realtà esterna e l’altro e privilegiare invece il cambiamento di se stessi per scoprire altre realtà riconoscendo quali sistemi di pensieri/ emozioni ci portano a dare determinati significati alle cose; occorre uscire dalla logica” io ho ragione tu torto” dove entrambi siamo vittime o temiamo di esserlo per cercare nel rispetto della diversità obiettivi veramente comuni ».

« La dignità come diritto di esser se stessi, unici responsabili di fronte alla propria vita, parte dall’abilità di saper determinare la qualità della propria vita e salute. Tante recenti tecniche (rilassamento, focalizzazione ecc) scoperte con le neuroscienze ricalcano nella sostanza pratiche antiche, sciamaniche, di meditazione e preghiera delle quali, relegandole in una separata dimensione “irrazionale” o”spirituale”, abbiamo perso il vero significato pratico ».

« Prendere atto della “realtà complessa”(come la chiama E.Morin), una realtà più circolare o multidimensionale che lineare, ci impone di organizzare in altro modo le conoscenze dell’umanità ora ben separate in comparti e sottosuddivisioni specialistiche. Per questo motivo  nella nostra associazione, ci sono persone di formazioni e esperienze diverse, dal mondo della sanità a quello della legge, dall’economia alla formazione, dalla filosofia all’esplorazione dell’inconscio, dall’arte alla comunicazione, persone che hanno in comune il desiderio di scambiarsi le esperienze e condividerne di nuove “contaminandosi” e arricchendosi reciprocamente nel percorso di ricerca verso modi più integrati di vivere e convivere ».

« Per questo cerchiamo altre persone che ci arricchiscano e aiutino unendo le loro storie alle nostre, non si tratta di teoria e tantomeno di utopia, ma di condividere seminari ed esperienze per ridefinire insieme la responsabilità verso il nostro benessere individuale che non può esser scisso da quello degli altri e dell’organizzazione sociale ».

« In questa fase iniziale stiamo proponendo, delle serate a tema aperte a tutti. Non si tratta di conferenze, ma piuttosto di momenti di confronto esplorando i concetti oltre le parole, cercandone emozioni e diverse modalità d’interazione.  Gli incontri vengono condotti di regola da team di membri di APRUA che, alternandosi e mescolandosi di volta in volta, cercano di  offrire il maggior ventaglio possibile di approcci ».

« In futuro, organizzeremo eventi di maggior richiamo per il pubblico invitando anche personalità esterne, ci rivolgiamo però anche a scuole, imprese, categorie, gruppi specifici, con corsi e lavori  per affrontare diversi aspetti della responsabilità individuale e sociale, aspetti che proponiamo anche in  percorsi più articolati e non solo in aula, ma anche a contatto con la natura,  offrendo escursioni, gite alpinistiche e uscite in mare a vela.  La bellezza del paesaggio, l’attività fisica favoriscono infatti il piacere offrendo altri stimoli per esplorare l’abilità di vivere bene insieme. Sicuramente altre modalità ci verranno suggerite dall’esperienza e anche dalle richieste stesse del pubblico ».

« Non siamo preoccupati perché  viviamo il nostro obiettivo non come una sfida, un dovere o una missione con aspettative di mete future, ma semplicemente come il piacere di un cammino ricco di curiosità e stimoli nuovi verso una responsabilità che non sia sinonimo di peso o di colpa da evitare. Una responsabilità come abilità leggera e appassionata di trovare insieme e condividere nuove risposte, nuove rotte guardando a prua ».

www.aprua.net

Published in: on 26 febbraio 2013 at 10:03  Lascia un commento  
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Che cos`è la Guarigione Russa

Olga  Haüsermann pratica e insegna Le Tecniche di Guarigione Russa. Queste tecniche, basate sull’influenza della mente sulla materia, si rifanno agli insegnamenti di vari scienziati di fine Ottocento. Agiscono sulla salute, i processi di invecchiamento, la situazione economica e la vita in generale.

Olga, che cosa sono le Tecniche di Guarigione Russa e quale è la loro origine?

«Le Tecniche di Guarigione Russa si basano su un sapere antico che è stato riscoperto solo nel corso dell’Ottocento. Esse uniscono un sapere filosofico, scientifico e spirituale. Una delle fonti più antiche di queste tecniche sono i lavori del filosofo e cosmologo Nikolai Fedorov. Il ricercatore spaziale Konstantin Ziolkowski e il geochimico Vladimir Vernadski hanno portanto poi avanti gli insegnamenti di Fedorov e oggi il sapere viene ulteriormente sviluppato da scienziati e filosofi come Gregori Grabovoi, Arkadi Petrov, Igor Ariepjev, Valentina Batischewa e altri ancora. Questi ultimi permettono di utilizzare gli insegnamenti dei loro maestri in modo pratico e in particolare per migliorare la salute e le condizioni di vita sia a livello economico che sentimentale. Gli strumenti usati sono la concentrazione e la visualizzazione. Le Tecniche di Guarigione Russa prendono in considerazione l’uomo in quanto unità composta di corpo, coscienza, spirito e anima».

C’è un’origine sciamanica in queste Tecniche?

«No. Non si tratta di insegnamenti sciamanici o mistici. La Guarigione Russa fa leva sulle capacità latenti in ciascun essere umano. Esse sono in  accordo con le scoperte della fisica quantistica. Tengono contro del fatto che le più piccole particelle di  materia sono fattte di vibrazione, energia, movimento e luce. L’uomo può vedere l’onda o la particella, a dipendenza del suo modo di guardare. I maestri russi insegnano che l’uomo può influenzare la materia con la forza della propria coscienza».

Che cosa si può raggiungere praticando queste Techniche?

«La Guarigione Russa permette all’essere umano di influire coscientemente sulla propria salute e sugli avvenimenti della propria vita e pertanto di “prendersi in mano” in modo decisivo. Essa ci consente quindi di assumerci la responsabilità del nostro destino e di uscire dal ruolo di vittima. Possiamo lasciarci alle spalle le malattie e vivere sani e in modo sensato. Ci insegna a sviluppare il nostro potenziale spirituale in un compito creativo e a comprendere meglio il mondo».

Ma tutto questo concerntrarsi su se stessi non rischia di rendere egoisti?

«La Guarigione Russa è l’insegnamento più attento all’umano che mi sia mai capitato di incontrare.  Tra i suoi scopi ci sono sempre lo sviluppo armonico del mondo e la liberazione di tutta l’umanità. Tutti gli obbiettivi individuali che possiamo raggiungere attraverso queste Tecniche sono pienamente armonici solo se vengono realizzati da tutti. Il primo insegnamento dei maestri russi è la responsabilità e il dovere di contribuire al benessere delle altre creature sul pianeta. Il mondo è un sistema unitario e tutti gli esseri e le cose che lo compongono sono collegati. Anche l’uomo è una parte del tutto».

Come si è avvicinata alle Tecniche di Guarigione Russa?

«Mi occupo di queste tecniche da circa otto anni. Mi sono formata presso vari importanti guaritori e maestri. Ai miei seminari invito sempre autori e rappresentanti famosi di questi insegnamenti e traduco il loro interventi in tedesco. Posso affermare che vivo questo insegnamento e che esso ha trasformato la mia vita in modo meraviglioso».

Pensa che negli ultimi tempi le energie siano cambiate?

«Le vibrazioni della Terra si sono elevate. Questo fatto ci obbliga ad uscire dal nostro stato di torpore e a diventare coscienti. I pensieri e le emozioni degli uomini, sia  positivi che negativi, oggi diventano molto rapidamente realtà».

Per maggiori informazioni:

silvianerini@libero.it

 

 

 

Published in: on 11 febbraio 2013 at 10:04  Comments (1)  
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Alla riscoperta del proprio sogno

“Si può prendere in considerazione questo: alla nascita, e forse anche prima, abbiamo un Sogno”… “Potremmo ipotizzare che nascendo abbiamo ben chiaro il Sogno, quello cioè che siamo nati per fare, la direzionne nostro percprso nella quale possiamo dispiegare i dettami della nostra Anima per dirla con E. Bach.”
Questa premessa sta alla base di “La ruota della Creatività”, secondo libro di Adriano Parmigiani, terapista e insegnante di Shiatsu oltre che studioso di floriterapia e della tradizione dei nativi americani. Il guaio è che gran parte di noi dimentica questo sogno e vaga nel mondo in preda a un inquietante senso di vacuità che tenta di colmare inventandosi scopi e missioni posticci, o lasciandosi imporre un “sogno” dall’esterno.

Perché avviene ciò?Chiediamo all’autore.
“Tutto comincia con il processo di socializzazione” ci risponde  “Un processo che è necessario perché altrimenti non potremmo vivere, ma che oscura una serie di cose,  anche con le migliori intenzioni da parte dei migliori genitori e dei migliori educatori”.

Si può ritrovare il proprio sogno?
“Certo, ma la riscoperta di questo compito originale significa mettere in moto un processo di memoria e per mettere in moto un processo di memoria è necessaria una certa quantità di energia. Tutto il mio libro è la descrizione di come i nativi attuavano questa forma di psicoterapia ante litteram, attuata dai saggi e dai vecchi della tribù per aiutare ciascuno a ritrovare quello che è il suo specifico cammino, indipendentemente da quelli che erano i bisogni della società, della tribù, della famiglia. Si tratta di un processo che non è molto conosciuto perché è poco divulgato”.

Chi legge il tuo libro può scoprire gli strumenti per ritrovare il proprio sogno anche senza saggi ad assisterlo?
“Sì” nel senso che una volta che sei entrato nel processo, che lo hai capito, puoi e devi andare avanti da solo. È come quando uno va in analisi: ci rimane per un certo numero di anni e poi capisce alcune cose e può anche permettersi di lasciare l’analista. Qui è più o meno la stessa cosa, nel senso che si parte da una concezione del mondo completamente diversa dalla nostra che viene sintetizzato come ruota di medicina. La ruota di medicina è il modo in cui i nativi delle pianure americane vedevano il mondo e se stessi nel mondo”.

Mi potresti fare un esempio?
“Ti posso citare uno dei racconti evocati nel libro, la storia del giovanotto Occhio di Falco che voleva sposare Raggio di Luna e che per dimostrare il proprio valore era intenzionato a rubare due cavalli della tribù vicina. A quel punto otto saggi della tribù lo facevano sedere in mezzo a loro e impersonavano  per lui ciascuno una direzione della Ruota di Medicina. Ogni direzione aveva un modo di porsi di fronte alla vita: il nord, per esempio, rappresenta la mente, il razionale, il Sud rappresenta invece l’acqua, l’istinto. Quindi c’era un confronto tra il fanciullo che voleva diventare uomo e gli uomini che gli facevano da specchi, rappresentando le varie direzioni, ossia tutte le parti della sua psiche. Lo scopo di questo processo non era di indebolirlo o di ostacolarlo, ma di mostrargli dove era la sua debolezza e aiutarlo a diventare forte per far sì che lui andasse a fare il suo atto d’amore, ma che lo facesse con una consapevolezza diversa e non trascinato da un impulso che gli poteva nuocere. I saggi parlavano molto di consapevolezza e con questo termine intendevano una consapevolezza interiore, non una motivazione esterna”.

Ma è un sistema applicabile anche alla nostra società, o a un progetto che potrebbe interessare la nostra società?
“Sicuramente a un progetto che potrebbe interessare il singolo. In fondo il concetto dei nativi non era un concetto che riguardasse una struttura sociale. Il focus era sull’individuo. La struttura familiare, tribale e sociale era assolutamente in funzione dell’individuo, ossia esattamente il contrario di quello che succede oggi alle nostre latitudini, in barba a quanto viene affermato nelle Costituzioni dei singoli stati.  Per tornre alla società occidentale moderna, la mia idea è che la cosa importante sia di creare in questa società delle oasi in cui si possano costruire delle relazioni diverse. Se poi queste oasi riescono a crescere a macchia di leopardo e a costruire una rete, questa è una bella utopia che potrebbe anche realizzarsi”.

Adriano Parmigiani,  La ruota della creatività, Un percorso per recuperare il Sogno, Edizioni Youcanprint. ISBN 978-88-67519-10-1.

Per contattare l’autore: lacasaheyoka@libero.it

La proieziofobia: un disturbo dovuto a cattiva informazione

Uscire dal corpo in modo cosciente è un’esperienza che cambia la vita

Chi non riesce ad avere esperienze fuori dal corpo è forse affetto da proieziofobia, un problema che impedisce alla persona, solitamente dotata di un buon parapsichismo, di constatare la propria capacità di manifestarsi in altre dimensioni indipendentemente dal cervello fisico.

Le proiezioni fuori dal corpo, dette anche viaggi astrali, un tempo erano riservate a pochi iniziati e a qualche persona cui succedeva spontaneamente di trovarsi proiettata oltre la forma fisica. In questi ultimi casi a volte il fenomeno veniva vissuto con terrore in quanto in assoluta contraddizione con il pensiero collettivo e la cultura dominante. Oggi, la IAC (International Academy of Consciousness) studia le esperienze fuori dal corpo, dette anche OBE (Out of Body Experience), e le considera assolutamente normali e auspicabili per tutti. Di pari passo con questo studio emerge un fenomeno piuttosto diffuso detto “proieziofobia”. Ne parliamo con Analaura Trivellato psicologa e studiosa della IAC.

Che cosa si intende per “proieziofobia”?

Proieziofobia è un termine che si riferisce alla paura di vivere un’esperienza fuori dal corpo (OBE) come anche al timore di percepire esseri non fisici o dimensioni sottili. In termini più tecnici si tratta della paura irrazionale della  multidimensionalità, che ostacola il progresso del parapsichismo e quindi la capacità della persona di proiettarsi consciamente fuori dal corpo fisico. La proieziofobia solitamente colpisce persone che possiedono un buon livello di parapsichismo naturale ma non possono nè spiegare, né comprendere, né controllare queste percezioni e finiscono col sentirle come inquietanti e con l’averne paura. In realtà si può imparare a controllare questi fenomeni spontanei e questo è il modo migliore per guarire dalla proieziofobia.

La proieziofobia si può considerare come una malattia?

Se ci riferiamo alla scienza, le fobie in generale appartengono alla categoria dei disturbi da ansia. Quindi nel caso delle fobie si preferisce la parola “disturbo” a quello di “malattia” in quanto più neutro e meno stigmatizzante.

Nel contesto di questo mio lavoro, la proieziofobia va tuttavia considerata come il risultato di un certo numero di fattori che concorrono a creare il disturbo e tra questi: il contesto culturale, l’educazione, le influenze del collettivo, le esperienze di vite passate (anche non ricordate). Tutti questi fattori, uniti a una mancanza di informazione imparziale o alla disinformazione, possono condurre alla proieziofobia anche se ovviamente non si può affermare che ciò si produca nel cento per cento dei casi in quanto vi sono persone più resistenti di altre e inoltre non vi è mai una chiara relazione causa-effetto.

Come si può guarire?

Guarire non mi sembra la parola più indicata, in quanto per vincere la proieziofobia, come tutte le altre fobie del resto, è necessario un processo graduale di lavoro passo per passo e non vi è una guarigione subitanea.

Il punto essenziale per vincere la proieziofobia è la comprensione della nostra natura non fisica, ossia del fatto che possiamo manifestarci indipendentemente dal cervello fisico. Quando questo fatto viene capito e sentito come una componente naturale della vita, superare la proieziofobia diventa più facile.

Un ottimo esempio è l’esperienza di premorte, detta anche NDE, durante la quale una persona viene considerata clinicamente morta ma in realtà si trova fuori dal corpo e in seguito racconta un’esperienza in cui solitamente attraversa un tunnel e incontra un essere di luce o parenti defunti.  Inoltre molti protagonisti di NDE vedono cose che, date le loro condizioni fisiche, non dovrebbero essere assolutamente in grado di vedere. Questi fenomeni dimostrano che la nostra esistenza non dipende dall’attività del certello fisico e che possiamo agire in altre dimensioni anche in assenza di attività cerebrale.

La cura convenzionale per i disturbi da ansia consiste sia in una delle tante forme di psicoterapia, sia nell’assunzione di farmaci. Nel caso della proieziofobia non consiglio il ricorso a cure farmacologiche che non vanno alla radice del problema; in quanto alle psicoterapie tradizionali, esse si scontrano con l’atteggiamento della la psicologia che non riconosce né la multidimensionalità, né la reincarnazione, né i differenti veicoli di manifestazione, ossia i corpi che usiamo nelle dimensioni non fisiche. La psicologia parte quindi da premesse sbagliate e pertanto non risulta efficace nella cura.

Le ricerche che ho effettuato mi hanno dimostrato che un’informazione diretta e non distorta è fondamentale per permettere una più ampia comprensione e un cambiamento dell’interpretazione dei fenomeni. Questo è ciò che tento di fare nella mia ricerca e nelle lezioni che tengo in varie parti del mondo. Il mio motto personale per quanto riguarda la proieziofobia è “comprendere per superare”.

Il secondo punto è quello di iniziare una forma di auto-trattamento nella quale la persona applicherà una sua tecnica specificamente scelta in base ai sintomi, alle cause scoperte, e all’intensità della proieziofobia di cui soffre. La pratica è insostituibile per raccogliere esperienze che aumenteranno la fiducia e permetteranno di superare la proieziofobia.

Tutte queste variabili vanno prese in considerazione per sviluppare diversi tipi di tecnica e questo è uno degli aspetti più importanti del mio lavoro in questo settore.

È importante liberarsi dalla proieziofobia?

È importante in quanto le OBE permettono di constatare che,se la nostra vita fisica è limitata nel tempo, la coscienza (essenza, individualità, anima, spirito) invece non lo è affatto. Noi non cessiamo di esistere quando moriamo. Questa certezza cambia totalmente la prospettiva che ciascuno di noi ha della propria vita e solitamente conduce a rivalutare le proprie priorità. Riconoscere, comprendere e superare la proieziofobia istilla quindi naturalmente la motivazione e la forza necessarie per affrontare le sfide quotidiane, sfide che richiedono un atteggiamento fermo e coraggioso. Si acquisisce maggiore sicurezza poiché si prende coscienza che la lfacoltà di cambiare il mondo esterno risiede dentro ciascuno di noi.

 

Nota: data la complessità dell’argomento sto raccogliendo dati che mi permettano di approfondire la comprensione del problema. I feedback o gli imput da parte dei lettori sono pertanto molto apprezzati e costituiscono un grande contributo a questo studio (milano@iacworld.org)

Analaura Trivellato è brasiliana. Laureata in lingue e psicologia ha iniziato a studiare le teorie relative alla multidimensionalità della coscienza nel 1991. Nel 1999 è diventata insegnante di Coscienziologia e nel 2005 si è trasferita in Gran Bretagna dove è entrata a far parte del team dell’Accademia internazionale di Coscienziologia (IAC) www.iacworld.org di Londra. Ha insegnato in diversi paesi e ultimamente è diventata coresponsabile della pubblicazione dell’IAC  “Journal of Coscientiology”.

Nel viso il passato e il futuro

In questa foto del noto comico italiano Roberto Benigni, sono messe in evidenza le due parti del viso

La Morfopsicologia ci aiuta a conoscerci e a scoprire le nostre potenzialità oltre a migliorare i rapporti con le persone che ci circondano permettendoci di capire meglio le loro reazioni.

Il viso è solitamente la prima cosa che ci colpisce quando incontriamo una persona. I suoi tratti e la sua mimica generano in noi quella simpatia, o quella antipatia, che determinerà gran parte del nostro rapporto. Da sempre l’umanità ha tentato di darsi dei parametri per determinare con certezza il significato dei tratti del volto. La Morfopsicologia è uno dei metodi più moderni di studio sistematico del viso e si ispira anche alle teorie psicologiche elaborate dai due capostipiti della psicanalisi : Sigmund Freud e Carl Gustav Jung.  Abbiamo intervistato Claudia Boeri e Lieta Vitali, fondatrici dell’Associazione Simpa di Milano, che tiene corsi di Morfopsicologia.

 

Quando è nata la Morfopsicologia ?

« Si parla di Morfopsicologia dagli anni Trenta, quando lo psichiatra infantile francese Louis Corman ha messo in luce le sue ricerche in ambito ospedaliero. Il dottor Corman era stato ispirato dalle scoperte di Claude Sigaud, un internista di fine Ottocento, evidentamente molto avanzato. Inoltre il metodo si appoggia ai vari indirizzi psicologici che si andavano affermando a quel tempo. In seguito, la Morfopsicologia ha avuto una certa difficoltà a farsi strada in quanto è prevalso, anche in psicologia, il pensiero analitico e razionale. Quindi l’aspetto rilevato da Corman, più legato a un pensiero sintetico-intuitivo, si è urtato a molti ostacoli e resistenze ».

 

Ma le ricerche sul carattere attraverso i tratti del volto risalgono a tempi più lontani degli anni Trenta… Sono note, e anche molto discusse, le teorie elaborate da Cesare Lombroso a cavallo tra Otto e Novecento.

« I primi tentativi di stabilire un legame sistematico tra il viso e il carattere risalgono all’antichità. Per quanto riguarda le teorie di Lombroso, non si può dire che siano del tutto sbagliate, il problema sta piuttosto nel fatto che non sono contestualizzate. Per fare un esempio: se una persona non ha una fronte alta non vuol dire per forza che non sia intelligente, bisogna vedere il resto del viso e inoltre bisogna anche tener conto del fatto che ci sono molti tipi di intelligenza. È anche sbagliato voler leggere certi tratti come indici indiscutibili di tendenze criminali. In un certo senso Lombroso è servito a Corman per verificare che un tratto non può essere letto prescidendo da qualsiasi collegamento con il resto del viso. Inoltre il volto non è una cosa statica, può cambiare nel tempo e anche da momento a momento. Rispecchia quelli che sono i nostri movimenti e le nostre reazioni nel mentale, nell’affettivo e nell’istintuale che sono i tre piani in cui Corman divide il viso ».

 

Si può leggere anche il passato ?

« Sì, si può leggere perché il passato c’è stato e ha lasciato delle tracce su di noi. Ma più che leggere il passato possiamo vedere come potrebbe evolvere il nostro futuro in base a  potenzialità che non sospettiamo di avere, o che sottovalutiamo ».

 

La Morfopsicologia sostiene che in ogni viso c’è una parte maschile e una femminile a prescindere dal sesso della persona. Perché ?

« La teoria della parte maschile e femminile presente in ciascuna persona è ripresa dalla psicologia di Jung.  È molto importante tenere conto di queste due parti  per capire su che cosa basiamo il nostro essere. C’è quindi una lettura dove Corman ha definito la parte maschile e femminile che c’è nel volto di ciascuno. Queste due parti possono essere in armonia e integrarsi, rendendo più ricco il nostro vivere, così come invece possono essere in conflitto. Lo stesso può dirsi delle parti cerebrale, affettiva e istintuale. La lettura del volto permette di stabilire se queste parti sono bene integrate o se invece sono in opposizione tra loro ».

 

Un altro aspetto della Morfopsicologia è la definizione di tratti del volto tipici di ogni fase della vita. Quali sono i parametri che permettono di stabilire questi fasi ?

« Qui la Morfopsicologia si riallaccia alle teorie di Freud sull’evoluzione della personalità dalla prima infanzia all’età adulta.  Lo studio dei tratti del viso permette di stabilire a quale età la persona è rimasta più legata. Ci sono persone adulte che hanno conservato tratti tipici dell’infanzia, o dell’adolescenza, e questi tratti si traducono poi in tendenze psicologiche ».

 

Che cosa fa sì che una persona rimanga legata a una fase della vita ormai superata ?

« Le cause possono essere molte. Può essere ad esempio che, al momento in cui un’adolescente sta scoprendo la propria autonomia, un giudizio lo blocchi e lo renda in un certo senso dipendente dall’opinione degli altri. Altre volte gli shock vengono dalla primissima infanzia o addirittura dal periodo prenatale. Anche in questi casi, studiando il volto si può capire quando si è verificano l’episodio ».

 

Ci vuole una formazione psicologica per studiare Morfopsicologia ?

« I nostri corsi sono aperti a tutti. Noi vediamo la Morfopsicologia soprattutto come un aiuto a conoscere meglio se stessi. Una forma di maieutica. Naturalmente ci sono anche psicologi che frequentano i nostri corsi. I gruppi in genere sono composti da persone molto diverse che si integrano molto bene. Tra i nostri allievi c’è stata persino una cartomante ambulante che desiderava scoprire il collegamento tra la personalità così come risultava dal volto e la lettura della carte.  Comunque la maggior parte delle persone interessate sono naturopati, perché la Morfopsicologia fa parte dell’approccio olistico alla persona ».

 

Oggi sempre più persone   fanno ricorso alla chirurgia plastica per modificare il loro aspetto e conformarlo a un ideale di bellezza. Che cosa ne pensate ?

« Non abbiamo niente contro la chirurgia plastica in quanto tale. Tutto sta nel vedere con quale maturità si affronta l’intervento. Alla fine si tratta di ciò che Freud definisce il rapporto tra l’idea dell’io e l’io. È giusto avere un ideale di se stessi perché l’ideale spinge verso un miglioramento, ma bisogna anche capire quale è il proprio io.  Se un io si lascia definire da regole estetiche  senza tener conto di quello che è, allora l’intervento estetico anziché migliorare la situazione la peggiora e rende la persona ancora più fragile e insicura. Un fenomeno che ci sembra inquietante è il costante calo dell’età delle persone che fanno ricorso alla chirurgia estetica, in quanto si sa che l’adolescenza per definizione è un momentoin cui non ci si sente bene nel proprio corpo e si vorrebbe essere diversi. Un altro fatto importante è saper accettare gli anni che passano. Le rughe raccontano la storia della vita e cancellarle significa rifiutare la propria biografia ».

Per saperne di più:

www.morfopsicologiaitalia.it

Lo specchio della mano

L’analisi della mano è una scienza antica che ha subito nuovi sviluppi negli ultimi tempi, prendendo a prestito conoscenze da varie discipline vecchie e nuove. Non mancano i collegamenti con la moderna psicologia in modo da offrire un quadro dinamico del momento e del carattere del consultante, rendendolo altresì attento alle potenzialità e agli aspetti spirituali del suo essere.

 

« L’analisi della mano prende in considerazione i vari aspetti e parti della stessa ». Ci dice Werner Sigrist, imprenditore e analista della mano che opera nel Ticino. « Così la forma – riconoscibile anche a distanza – indica il carattere di base di una persona. Le dita e le varie zone del palmo sono collegate con gli dei dell’Antichità pagana, che simboleggiano le forze archetipiche presenti nella personalità. Per fare alcuni esempi : Marte rappresenta l’iniziativa, la combattività ; Venere gli aspetti affettivi e sensuali ; Saturno il senso della responsabilità e  del dovere… L’analista osserva anche la posizione in cui viene presentata la mano (chiusa o aperta, morbida o tonica). L’analisi comunque non viene mai considerata come definitiva, poiché la mano è uno specchio vivo che si trasforma a seconda del momento che stiamo attraversando. Perciò l’analista non fa mai previsioni. Potrebbe al massimo trarre delle conclusioni da certe premesse, avvertire la persona che se continua su una certa strada potrebbe andare incontro a determinati inconvenienti… ma in genere si astiene da questo tipo di speculazione ».

« Le linee del palmo si creano contemporaneamente allo sviluppo del sistema nervoso centrale, tra l’ottava e la dodicesima settimana di vita embrionale, e possono cambiare nel corso della vita. In base ad esse l’analista si può fare un quadro del carattere in quel momento della vita della persona : la linea del cuore è legata al modo di vivere emozioni e sentimenti, così come alle relazioni con gli altri e con se stessi ; la linea della testa al modo di ragionare e ai moventi che determinano le decisioni ; la linea della vita parla del rapportorto della persona con il proprio corpo e con la propria salute ; infine dalla linea del destino si riconosce l’orientamento di base della vita, sia privata che professionale ».

« Particolarissimo è il ruolo delle linee dei polpastrelli, le cosiddette impronte digitali. Queste ultime si formano nel feto circa cinque mesi prima della nascita (quando, secondo alcune culture, l’anima entra nell’embrione). Le impronte digitali, come noto, sono uniche e non cambiano mai.  Per l’analista della mano rappresentano il tema prenatale o karmico, qualcosa che la persona porta con sé nella vita. Se in altre parti della mano si vede ciò che la persona ha vissuto, l’influenza dell’ambiente e della famiglia, nelle impronte digitali non vi è nulla di tutto ciò. Dalle impronte digitali si ricava il tema fondamentale della persona, ciò con cui si dovrà confrontare per tutta la vita. In questo caso non si tratta di cambiare nulla, ma di individuare una giusta direzione in cui evolversi ».

« Che cosa si può ancora vedere tramite l’analisi della mano ? Un aspetto importante è certamente legato alla scoperta dei talenti di una persona e ai suoi antagonisti, ossia a ciò che gli impedisce di esprimersi al meglio.  Si può prendere l’esempio di qualcuno che è fatto per calcare le scene ma che non osa “buttarsi” per timore di essere criticato. Può sembrare incredibile ma cinque persone su dieci non vivono i loro talenti per mancanza di autostima. Lo scopo dell’analisi della mano è di far capire alla persona ciò che può essere se vive al meglio le proprie potenzialità ».

«  Per quanto concerne le origini della disciplina, l’analisi della mano viene praticata fin dall’antichità. In anni più recenti l’americano Richard Hunger ha sviluppato lo studio delle impronte dei polpastrelli e ha fondato l’Istituto internazionale di analisi della mano (International Institute of Handanalysis). L’analisi della mano è collegata a varie teorie psicologiche e tra l’altro alla Psicosintesi di Roberto Assagioli, quando afferma che abbiamo diverse subpersonalità. Importante è conoscere queste  subpersonalità in modo da poterle gestire, perché chi ne è inconsapevole ne viene posseduto. Se sappiamo riconoscere quale subpersonalità si sta esprimendo in un determinato momento, possiamo comprendere certe nostre reazioni viverle meglio ».

« Altri collegamenti si possono trovare tra analisi della mano e l’astrologia, in particolare per quanto concerne la teoria dei quattro elementi. L’acqua corrisponde alla profondità, alla sensibilità, all’empatia ; l’aria è il mentale, l’osservazione ; la terra è la concretezza, l’affidabilità, mentre il fuoco è la passione, l’entusiasmo, la spontaneità ».

« Che cosa si può chiedere all’analisi della mano ? Una seduta di analisi ci può aiutare a fare chiarezza su un determinato problema, oppure si può chiedere una panoramica della propria personalità, per sapere ad esempio quale elemento (per tornare al riferimento all’astrologia) è dominante in noi e quale  al contrario è nascosto. A questo proposito si può anche fare riferimento a Jung e alla cosiddetta “funzione inferiore“, ossia a quella facoltà che non abbiamo sviluppato. Per fare und esempio, una persona che possiede molta acqua, ossia molta dolcezza e sensibilità, può essere dominata dal fuoco, dall’impeto, dall’impulsività che non le permettono di esprimere le sue altre qualità. In questo caso è importante renderla attenta alla necessità di moderare gli aspetti dinamici del prorio carattere per poter vivere quelli più profondi e interiori ».

« La presa di coscienza del proprio elemento mancante è importantissima perché altrimenti rischiamo di cadere vittima di meccanismi compensatori, come quello di essere affascinati e di innamorarci di persone ricche proprio dell’elemento che a noi fa difetto. Per fare un altro esempio, una persona tutta fuoco e aria, ossia tutta movimento e idee astratte,  poco conscia del lato concreto, tenderà a legarsi a un(a) partner terra, concreto(a) e stabile, con cui rischia poi di entrare in conflitto o di sviluppare incomprensioni».

Published in: on 2 agosto 2012 at 08:21  Lascia un commento  
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