Alla ricerca delle civiltà perdute

È di recente pubblicazione il libro di Sabina Marineo « Prima di Cheope : le origini » dedicato all’Egitto prima del tempo dei faraoni. L’autrice presenta tra l’altro la tesi affascinante dell’esistenza in quella regione di antichissime civiltà matrifocali e pacifiche, ma culturalmente avanzate.

 

La Sfinge di Giza. foto frans 16611 Flickr.com

Incontriamo Sabina Marineo a Monaco di Baviera dove vive e lavora, pubblicando sia in italiano che in tedesco. Conoscevamo il suo interesse per i templari e  per i misteri come quello di Rennes le Château, ma non la sapevamo esperta di antico Egitto. Le chiediamo qualche informazione sul suo nuovo libro.

 

C’è un motivo particolare per cui ti interessi dell’antico Egitto ?

« Certo, ma i miei motivi sono di natura più personale che professionale. Infatti non ho studiato egittologia, ma letteratura e lingue straniere e poi ho fatto teatro, un po’ per tradizione familiare e un po’ perché mi affascinava l’idea di entrare “nella pelle“ di qualcun altro. Naturalmente ho sempre letto molto e ho anche scritto, ma soprattutto racconti e romanzi. Poi un giorno mi sono imbattuta nel famoso libro “Il Santo Graal“ di Baigent, Leigh, e Lincoln che mi ha spinta ad approfondire il tema delle società segrete. Di pari passo ho anche cominciato a studiare la storia dell’antico Egitto. Ho seguito delle lezioni all’università di Monaco, ma soprattutto ho studiato e letto molto per conto mio. Devo dire che l’Egitto mi ha sempre attratto molto tanto che nel corso dei mei viaggi in Africa ho sempre colto l’occasione per tornare in quel paese e conoscerlo meglio».

 

Nel tuo libro rivaluti il mito che consideri non come favola, ma come trasposizione di una realtà storica. Perché?

«Le società del lontano passato avevano un senso della storia molto diverso dal nostro. Per loro il mito era lo strumento più adatto per tramandare avvenimenti storici, o anche la memoria di personaggi che rivestivano un’importanza particolare».

 

Come  Ermete?

«Sì. Come Ermete. Il mito era uno strumento. L’idea della storia, così come la conosciamo oggi, si è cristallizzata solo molto più tardi, con i greci e i latini. Prima non c’era. Come ho scritto nel libro, la concezione del tempo degli egizi e degli altri popoli della lontana antichità era differente dalla nostra e il modo di concepire la storia è strettamente legato alla concezione del tempo. Nell’antico Egitto la visione del tempo era duplice: poteva essere lineare come la nostra, ma era anche ciclica.  Se osserviamo gli avvenimenti passati da un punto di vista ciclico, ci rendiamo conto che il mito era uno strumento di primaria importanza per comprenderli pienamente. Infatti, se guardiamo le società tradizionali come quella dell’antico Egitto, vediamo che tutte registrano degli avvenimenti che si ripetono, ma che in un certo senso avvengono sempre per la prima volta».

 

Come è possibile?

«È possibile perché l’avvenimento ricorrente è sempre trasformato, sempre nuovo. Questo concetto è molto difficile da capire per noi. Possiamo capirlo a livello intellettuale, ma farlo nostro è difficilissimo, proprio perché abbiamo un senso completamente diverso dello scorrere del tempo».

 

Il tuo libro parla molto di civiltà preistoriche che una parte dell’archeologia liquida come primitive. Perché?

«Infatti, parlo di civiltà matrifocali e  che sia molto importante rivalutarle. Penso che, fino a prova del contrario, queste civiltà preistoriche erano molto più pacifiche di quelle che le hanno seguite. Probabilmente non si basavano nemmeno su una struttura gerarchica, il che secondo me è  un fatto molto positivo. È probabile che avessero una struttura ecumenica dove tutti avevano accesso alle risorse naturali.»

 

Queste civiltà potrebbero addirittura servire da modello a noi?

«Certo. Soprattutto oggi questi modelli potrebbero aiutarci. Noi siamo il frutto delle grandi culture patriarcali e aggressive: della cultura sumera, egizia, greca e romana, ma ci stiamo rendendo conto che non possiamo continuare così, che dobbiamo cambiare, altrimenti distruggeremo il pianeta, o quantomeno la razza umana».

 

Le culture matrifocali erano africane?

«Per quanto concerne l’Egitto si può supporre che fossero africane. Del resto l’Africa ha una grande tradizione di culture matrifocali. Ma non dimentichiamo che anche la vecchia Europa ha avuto delle culture di questo stampo, in particolare nei Balcani e attorno al Mar Nero, nel quattro-cinquemila avanti Cristo».

 

Da dove provenivano le culture patriarcali?

«Erano di origine indoeuropea, ossia proprio i nostri antenati. Si pensa che venissero dalle steppe del Volga, nella Russia meridionale, anche se è molto difficile dire quale fosse veramente la loro patria d’origine. Erano tante tribù differenti, per cui sarebbe assolutamente sbagliato parlare di una razza. Tuttavia queste tribù erano accomunate dalla lingua e da un sistema religioso incentrato su un culto solare, una divinità maschile, un dio-padre».

 

Tra i loro dei vi era anche Horus, il dio-falco?

«Infatti. Horus era una divinità guerresca per eccellenza. Nelle raffigurazioni più antiche il dio-falco è sempre rappresentato con la clava o con l’arpione, intento a uccidere i nemici. Horus inoltre era detto “colui che viene da lontano” quindi si può supporre che fosse una divinità arrivata da un paese straniero».

 

Mentre Iside era paragonabile alla dea madre delle civiltà più antiche?

«Iside è una delle metamorfosi subite dalle grandi dee del passato dopo l’affermarsi delle civiltà patriarcali e degli dei maschili. Sebbene discendente della Grande Madre, viene onorata soprattutto in quanto moglie di Osiride e madre di Horus. Ciò rispecchia tra parentesi anche il cambiamento di ruolo della donna nella società. Questo relegare la donna nell’abito privato della casa e della famiglia è tipico delle culture patriarcali. E pensare che le civiltà preistoriche non erano matriarcali, ossia non garantivano alla donna un posto di preminenza. Per quanto possiamo dedurre dai reperti trovati fin qui,  i due elementi maschile e femminile erano complementari. Il ruolo centrale della donna era semplicemente dovuto al fatto che dava la vita».

 

Ti stanno a cuore le culture matrifocali?

«Sì e spero che con i nuovi ritrovamenti archeologici e con i mezzi sempre più sofisticati di cui disponiamo per tornare indietro nel passato si arrivi a rivalutare queste culture che oggi, come abbiamo detto, vengono ancora considerate come molto primitive se paragonate con le “grandi” civiltà sumera o egizia. Se parliamo dell’Egitto in particolare, spero che proprio lo studio delle civiltà predinastiche possa con il tempo e i ritrovamenti fare luce su questa civiltà preistorica africana che forse era una grande cultura. Oggi non abbiamo tracce sicure, ma non è escluso che proprio la famosa sfinge di Giza sia frutto di quella civiltà disprezzata ».

Sabina Marineo, Prima di Cheope: le origini, Nexus edizioni

 

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Published in: on 18 luglio 2012 at 20:17  Lascia un commento  
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